Il naufragio della resilienza

Chi mi conosce bene sa, e forse ne è pure annoiato, che la mia parola preferita è resilienza.
Riassunto in termini non troppo freddi, il significato è più o meno “restistere al cambiamento senza collassare”.
Le mie parole preferite descrivono concetti che non so applicare.
Resilienza è la cosa più lontana da me e ci sono dei film che vi dimostreranno che è la cosa più lontana da tutti.

Smettetela di essere così felici, non ci crede nessuno.

La migliore offerta e L’eleganza del riccio.

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La migliore offerta è un film immenso e c’è dentro tutto: un noir perfetto fuso a immagini spettacolari.
Ma proprio per quant’è bello, se ve lo racconto si rovina e invece lo dovete vedere. Però lo racconto lo stesso.
Il protagonista è un uomo avanti con gli anni che fa il battitore in importantissime case d’asta. Grande appassionato d’arte, riesce, grazie al suo unico amico e collaboratore, a mettere insieme, di asta in asta, una magnifica collezione di ritratti di donna. Molto metodico e freddo, ai limiti della misantropia, ha una vita molto routinaria fatta di gesti sempre uguali e di precisione maniacale.

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Tutto cambia quando una giovane ereditiera lo contatta per poter mettere all’incanto gli arredi della sua villa.
Tutto cambia ma piano pianissimo con lui che entra nella villa ma non ha mai modo di vedere il volto di chi la abita, sentendone solo le parole e innamorandosi di una voce.
Lascia le sue abitudini, lascia un mondo di perfetta solitudine per tornare umano e lasciarsi andare all’amore.
Inutile dire che va tutto male, ancorché in modi inaspettati e che non vi dico.
Ma va male perché quello nella vita non sembra essersi mai lasciato andare, tanto da avere un solo amico al mondo, tanto da aver dato troppo a una persona sola che può fare della sua vita ciò che vuole.
Va male perché puoi essere il migliore PR di te stesso oppure il migliore buttafuori ma comunque cambiare non porterà a nulla di buono.
Lui era un ottimo buttafuori ma un giorno si è distratto e ha perso tutto dando tutto.
Una sola cosa gli è rimasta, un ricordo, l’unico di verità, del sogno diventato incubo; e lo insegue in una struggente scena finale di attesa simbolica e reale. Messo davanti al tempo che passa: quello sprecato nei sessant’anni precedenti, quello bruciato nella recente illusione di un cambiamento e quello futuro, breve, che passerà a ricordare o a non dimenticare.

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“La gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Ma non è triste quando aspetta o ricorda. Sembra triste. Ma è solo un po’ lontana.”

Lo dice Baricco e probabilmente ha ragione anche se è Baricco. Io non so dire se sia meglio vivere davvero almeno quei pochi anni o se osservare un severo rigore al riparo dagli scossoni sia meglio.
Tipo per me è meglio la seconda ipotesi, ma io sono noiosa e odio tutti e voi invece siete pop e i telefilm vi hanno insegnato che nella vita servono la tragedia e la grande storia d’amore, possibilmente in quest’ordine.

Ma ecco che quando il protagonista del meraviglioso film di Tornatore accetta il cambiamento, ne è travolto e non si ripiglia più, quindi secondo me ho ragione io.

L’eleganza del riccio è un film ben più modesto che viene fuori da un mini caso letterario francese: l’omonimo romanzo di Muriel Barbery di qualche anno fa. Il “caso” credo nascesse dall’inserimento di molta filosofia dentro un romanzo di facile lettura. Oppure non lo so da che cosa venisse fuori ma comunque mi pare di ricordare che mi fosse discretamente piaciuto. Il film è più o meno identico ma, come fa spesso il cinema, racconta peggio le cose, Vabbè comunque le racconta.

C’è una tizia, una portinaia di mezza età, che sta dentro la portineria di un palazzo in cui abitano varie persone che lei osserva ma che non osservano lei. Così sta nel suo spazio che è pieno di libri e si fa gli affari suoi e legge moltissimo ed è tutta accartocciata in se stessa e chiusa in una nicchia un po’ snob. Qui lei sa, tipo gli eroi di Sorrentino dell’altro post, le cose della vita, lei le guarda da fuori e le può giudicare senza coinvolgimento, mentre gli altri a malapena la notano e a malapena notano se stessi.
Insomma la nostra sta lì in un volontario isolamento che a misantropia se la gioca col battitore d’aste e sta bene così; ma siccome è un libro che ha venduto moltissimo, a una certa arriva uno che è più intelligente e consapevole degli altri. Questo non può che scombinare tutto, tanto da stanarla, letteralmente, tanto da farle credere che valga la pena aprirsi con qualcuno, smettere di essere riccio e offrire la propria bellezza in cambio di quella altrui.
Il problema del film, rispetto al libro, è che questo passaggio: questo coraggio immenso che serve per mettere il naso fuori di casa, bussare alla porta di qualcun altro, dirgli esisto e a volte sono felice altre no, dirgli penso un sacco di cose e finalmente in te c’è una persona che ha il mio stesso cuore e può capirle, dire a se stessa la vita non è così tremenda quando si lascia il comando a qualcun altro… tutto questo accade velocissimo mentre nel libro ha una durata maggiore e più credibile, ma è ovvio quindi glielo perdoniamo tanto il succo non cambia: va a finire male.

Ma male come va male ai ricci, gli istrici, i porcospini. Come finiscono i ricci, gli istrici, i porcospini?
Investiti.
E perché? Perché un giorno si fanno coraggio e decidono di attraversare la strada, ma non hanno coraggio davvero, né tempismo, e allora si fermano al momento sbagliato e nel punto sbagliato e le automobili che sono automobili fanno il resto.

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Alle volte si nasce sociali, altre volte no, qualche volta si è convinti di essere una o l’altra cosa ma ci vuol poco a rendersi conto della bugia. Si può far finta o training autogeno per diventare l’opposto o ridimensionare il problema, quando è un problema.

Ma si paga tutto, e sostenere un cambiamento quando la vita è stata vissuta gattopardianamente, veicolando ogni scelta perché non portasse mutamento, non può non essere traumatico, a volte è letale.

Resilienza è la mia parola preferita, è un concetto meraviglioso, un’idea di coraggio applicata al quotidiano, naturale per tanti e impossibile per altri. Resistere al cambiamento, senza collassare, è un bene di lusso che funziona soltanto nei brutti film.

Chiara
Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.
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