Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava. Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Accorsi e buoi dei paesi suoi

Parlare di questo film mi costa caro.
Ché se io avessi una reputazione, se fossi arbitro di buone visioni e buoni ascolti, tutto verrebbe messo in discussione da uno sproloquio che non potrà non citare, e in termini positivi, Radiofrecce e Jack Fruscianti.
Ché pure a essere post e anche post-post-ideologici, quelli, se ti piacciono ancora, son peccati veri, in ogni caso, e manco basta l’alibi dell’affettuosa fruizione giovanile.
Ma io una reputazione non ce l’ho, io sono quella con un debole per Massimo Ranieri e che guarda Sharknado con molta meno ironia e molta più attenzione di quanto si pensi, per non dire della mia passione per i film con Queen Latifah, quindi, forse, parlare di questo film non mi costerà un bel niente e anzi mi si dovrà pure il resto in monetine.

Inizierei dal titolo, orribile: Veloce come il vento, che nella migliore delle ipotesi ti fa pensare a un cartone animato Disney su un cavallo del maneggio che riconquista la sua libertà… e invece no, si parla di macchine.
Io di macchine non so un tubo ma posso dire con certezza che non è Formula 1, rally suppongo: qualcosa che diresti stiano correndo con le Y10 ma che invece sono macchine cazzute piene di cavalli, ma non quelli del maneggio della Disney.

C’è questo padre con figlia diciassettenne e figlio decenne, la mamma s’è data, c’ha pure un altro figlio che siccome è interpretato da Stefano Accorsi dovrebbe avere almeno quarant’anni.
La ragazza fa le gare con le automobili, il padre le fa manovra, il fratellino guarda e non ride mai, il fratello maggiore è un tossicodipendente che vive in una roulotte con una compagna e molti bong.

Il padre tira il calzino quasi subito e lei, la ragazza, che si chiama Giulia, rimane sola a cercare di vincere le gare, ma le serve uno che la prepari e arriva il fratello maggiore che prima dei viaggioni lisergici faceva quelli in macchina.

La convivenza è fallimentare e lo sai da subito; questo comunque non esclude che funzioni abbastanza perché lei faccia le scene di allenamento alla Rocky Balboa e quelle di vittoria, gara dopo gara, come Oronzo Canà.

L’urgenza di Giulia di vincere le gare viene dalla necessità di pagare i debiti lasciati dal padre (tra l’altro contratti per farle, le gare…), e con l’aiuto di Loris, un Accorsi magrissimo e coi capelli da troll delle patatine, la vittoria finale è davvero vicina, tanto che Giulia può rifiutare fieramente la proposta di estinguere ogni debito partecipando a un rally clandestino pericolosissimissimissimo.

Suddetta proposta arriva più o meno dopo 50 minuti di proiezione (su 119 totali), e capisci immediatamente che lei no ma alla fine il fratello sì, rischierà la pelle al posto suo.
Ma siccome il film è bello, i dialoghi hanno un ottimo ritmo, Accorsi è bravissimo, le scene di gara sono potenti e la musica trascinante, speri che no, che alla fine lui faccia la cosa giusta, segua la retta via, perché poi, in fondo, nella vita vera, che sia paura che sia buon senso, le scelte sbagliate sono l’eccezione.
Invece va proprio come ti aspettavi e dici ecco: mi muore Accorsi, adesso che ci eravamo ritrovati!

Ritrovati, hai detto?
Sì, io Stefano lo amavo dai tempi delle pubblicità del gelato, l’ho amato in qualsiasi pellicola fino al 2001, poi ha iniziato a Lavorare con Muccino (Muccino prima di Will Smith) e, come da un lungo coma, mi sono svegliata: ho notato per la prima volta l’attaccatura dei capelli alla Topolino e ho capito che sono più fedele alle folte chiome che agli attori stempiati.

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Capelli a parte, Accorsi mi piaceva davvero, ma Muccino me lo ha rotto e soltanto con L’arbitro, nel 2013, e un fichissimo servizio su Gentleman del 2015, ho capito che sono ancora come le cretine che sbavano per Santamaria: cretina anch’io e pronta a farmi scartare come un Maxibon.

Il film è ambientato quasi tutto in Emilia Romagna e quando Accorsi gioca in casa non c’è gara, manco rally, che tenga.
Accorsi e buoi dei paesi suoi, insomma: come in Jack Frusciante è uscito dal gruppo e in Radiofreccia – dove io, sì, l’ho amato tantissimo, nonostante Ligabue – se le cose gliele fai fare nella sua regione è il più bravo di tutti.
E in Veloce come il vento ha un ritmo e una qualità che staccano nettamente tutti gli altri, ma che bastano a portarsi a casa il film intero.
Loris è un tossico dai denti marci e i modi rozzi, ha una compagna che è messa anche peggio ma che lui coccola come fosse una bambina, con una delicatezza e una dolcezza che solo si usano con l’ultima cosa preziosa che si possiede, eppure a lei rinuncia per stare accanto alla famiglia.
Ed è una specie di bambinone anche lui, che non è capace di vedere i rischi e le conseguenze delle proprie azioni, cosa che lo rende un vincente in gara e un disastro nella vita. Ma in gara lui ha avuto successo, molti anni prima, e ancora c’è nel garage del padre la sua macchina, come una reliquia, e la userà per la gara della morte.

E che macchina guida Stefano Accorsi sullo schermo?
Una Lancia come il pilota realmente esistito cui è ispirato il film?
No.

Guida una Peugeot (anzi due: pure una scassata per andare a fare commissioni) proprio come fa alla televisione nelle pubblicità.
Viene male non pensare male.
Quindi ti ritrovi nello spottone definitivo sull’affidabilità delle automobili del marchio francese, il che è spoiler nello spoiler perché se ti chiedi se riuscirà a uscire vivo dalla gara mortale la risposta sta nel marchio e, dato che non è che le macchine possano arrivare da sole al traguardo come i cavalli al Palio di Siena, allora evidentemente devono essere quelle giuste per vincere e finirla a tarallucci e vino.

Io me la figuro, la conversazione con i dirigenti Peugeot:
– Eh, Stefano, sei con noi da tanti anni ma vorremmo puntare su qualcosa di più moderno…
– Mo no! mo ve lo preparo io lo spottone! C’ho pure un cugino alla Pro Loco che ci fa fare le riprese nelle ztl!

Ma la verità è che, pure se fosse davvero andata così, questo film valeva bene l’inserimento di marchi a scopo commerciale: il cinema italiano ha i nomi nuovi alla regia, fa un uso ottimo delle colonne sonore e ha formato negli anni Novanta una generazione di attori che ora sono al loro meglio e i soldi servono a migliorare la qualità di tutto il resto e le Peugeot, per fortuna, sono perfette per i rally.

Non cerco mai morali, nei film, neppure messaggi conversioni o catarsi, ma mi piacciono le metafore: quelle che attacco io al film e quelle che la pellicola attacca a me.
Però questa era una storia di cose veloci e velocissime; di pensare poco e agire subito; di rischiare; di non porsi il problema della curva che si sta affrontando; di darla per superata, raddrizzata, proiettati già verso la successiva.
Ché tutto il tempo che credi di avere, per passare e ripassare in prima, in seconda e in retromarcia sulle cose, non ce l’ha nessuno; e nessuno perderà tempo a guardare i tuoi sbagli e tanto vale farli subito, anzi che dopo rallentamenti che sono quasi frenate, per ripartire il prima possibile.
Ma questa sembrerebbe una morale, un messaggio, una conversione, una catarsi… per fortuna è un film veloce e non c’è il rischio che questa verità, così lontana dalla mia lentezza di pedone sul marciapiede, possa far altro che farmi svolazzare per un attimo la gonna.

Chiara

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Di un film che doveva essere bruttissimo e poi invece no. Tornatore, La corrispondenza

Il proprietario di questo sito ama i giochi di parole e probabilmente saprebbe inventarsi qualcosa di meglio di “Tornato re?” come grande domanda per introdurre le mie ciance sul film di Giuseppe Tornatore.
Io, non senza una punta di imbarazzo per l’infelice calembour forzato, mi limiterò a rispondere al grande interrogativo, posto, più che da me, dalle infinite critiche negative che avevo letto prima di andare al cinema.
La risposta, se ci si sta chiedendo se il ritorno al cinema del regista sia stato grandioso, è no.

Ma è stato un disastro? Ancora una volta, la risposta è no.

Youth di Sorrentino mi aveva preannunciato un inverno di grandi promesse non mantenute e Irrational man di Allen l’ha confermato; quindi ero pronta a immense delusioni e a rimandare a settembre qualsiasi cosa sullo schermo.
La corrispondenza non è immenso, come invece era stato immenso, enorme, grandissimo La migliore offerta – e sono pronta ad ascoltare pazientemente ogni vostra opinione contraria in merito, mentre a mente starò ripetendo, uno a uno, tutti i grandi successi di Gianni Drudi – eppure i film brutti sono altri.
Questo è ciò che il film non è, ma a qualcuno piacerà sapere che cosa invece la pellicola sia.

Ormai, se vuoi un Oscar tocca che te lo vada a prendere, quindi i film è più facile farli già in inglese, con attori anglofoni. Io ho visto La corrispondenza doppiato in italiano e sono pronta a scommettere che questo abbia peggiorato molto le cose: non ho la conferma, eppure trovo improbabile che i toni degli attori fossero così da soap opera anche in originale.

Ma veniamo a quello che ho visto e sentito con queste proprie pupille e queste proprie orecchie.

C’è più o meno un inizio comune a quello del film di Woody Allen: una studentessa universitaria si innamora del suo carismatico professore di astrofisica e lui ci sta.
Anzi qui stanno direttamente già insieme e anzi che vagheggiare di filosofia vagheggiano di stelle, che pare non sia la stessa cosa.

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Lui è Jeremy Irons che recita per tutto il film col collo coperto come Piera degli Esposti e lei è una bella figa che si chiama Olga Kurylenko che più guardavo e più mi veniva in mente Joseph Gordon-Levitt con la parrucca, ma è un problema mio (che poi, comunque, gnam!).

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Stanno insieme per cinque minuti poi lui parte e sparisce, però si fa sentire per messaggi, come il didascalico titolo ci faceva intuire fin dalla fila al botteghino.
Diretta conseguenza della trama è la delusione che, sulle prime, ho provato verso la fotografia: pazzesca nei film precedenti, qui è stata dimenticata per concentrarsi sul piccolo e piccolissimo degli schermi di cellulari e laptop attraverso i quali scorrevano i messaggi. Ma forse, e ci penso ora mentre scrivo, la cosa era voluta: se ti concentri sullo schermino, tutto il resto passa in secondo piano.
All’inizio ti viene il sospetto che lei tutti i messaggi se li stia sognando, tanto son pieni di disegnetti e parole contratte che neanche nella Smemoranda di quando avevo quattordici anni trovavi cose così aberranti.
Ancora si trova la Smemoranda?
Comunque no, lei non si sogna niente ma non le tornano i conti ché quello le scrive, le manda i videomessaggi e pure i regali con Bartolini ma comunque non si fa trovare.
Invece viene fuori, ma si capiva quasi da subito, che lui è morto dopo lunga e penosa malattia e, più padre che compagno, ha messo su tutto un sistema di invii post-datati per non lasciarla mai sola: praticamente un impiegato outbound del call-center wind dislocato in Albania.
Insomma Tornatore ha abbracciato un po’ Black mirror ponendo il punto su quanto a lungo questa cosa possa durare ma lo ha fatto con un passo avanti, con quello stile giapponese del dare l’assurdo per consueto.
E quindi è come se la storia tra la bella pulzella e l’uomo di gran fascino continuasse, come se davvero comunicassero e si conoscessero meglio e crescesse l’amore… ma l’attrazione di una ragazza per uno più grande viene meno quando il fascino della maturità cede il posto alla fallibilità della vecchiaia ed è quello che inizia a succedere quando, nel film, lei riceve erroneamente un videomessaggio destinato al figlio di lui (naturalmente questo esistere oltre la morte lui lo sta portando avanti con tutti quelli che ama e di cui vuole prendersi cura) e poi man mano sarà la vita a dare misura alle cose.
Ciò che mi piace moltissimo di Tornatore è la china noir che ha scelto, trasformando questo genere piccolino in una forma epica potentissima, come è accaduto nel film precedente e, tempo addietro, ne La sconosciuta (a proposito: chi ancora non fosse diventato sordo con quelle due pellicole, avrà di che temere con la colonna sonora di questa, affidata a Morricone e sempre a volume altissimo), qui la debolezza sta nel voler incrociare alla trama principale un’altra tramina un po’ meh: dove la ragazza c’ha il trauma e il senso di colpa per un incidente d’auto avuto col padre nel quale quello è morto.
Però dentro c’è un piacevole gioco di contrasti per cui lei per pagarsi gli studi fa i film di esplosioni e colpi, dove muore ogni volta di morte violenta rischiando la pelle senza controfigura, come per punirsi di essere sopravvissuta quell’altra volta lì.

E quindi lei muore ogni giorno per finta e lui per finta ogni giorno vive e questo solo la delicatezza di Tornatore lo poteva raccontare.

La storia va avanti e poco importa come finisce ma il concetto su cui concentrarsi, perfetto nel contesto dell’amore tra due che studiano le galassie e ancora di più in termini assoluti, è quello di quanto possa durare la luce di una stella spenta che crediamo – cerchiamo – di vedere ancora… e no, non è il caso di questo film di Tornatore, ma è il caso di molti, moltissimi contesti della vita.

 

E quando vai, non illuderti di coltivare assenze. Te ne vai, e questo è tutto.

(V. Capossela, Non si muore tutte le mattine)

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
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Di Mastandrea che fa Mastandrea e lo fa anche molto bene. Repetita iuvant

La ragione per cui ti fidi e vai a vederne i film è la faccia. Tassativo: sei attirato al cinema come lo sei al suolo da una, effettiva, forza di gravità, in ogni senso. Ha una faccia che dice molto, Valerio Mastandrea, e dice tutte cose che tu vorresti sentire. Quindi, anche quando la locandina è abbastanza brutta, tu fai comunque il biglietto; paghi otto euro per un cinema talmente orrendo che ti fa rivalutare gli uffici postali di periferia; ti siedi su una poltrona più scomoda di quelle dei bus navetta per l’aeroporto; vedi ore di improbabili spot e sei comunque contento perché quella faccia lì, quella di Mastandrea, ti ripagherà di tutto.
In quello sguardo un po’ rassegnato, di chi non è mai stato veramente giovane, tu puoi leggere un mondo. Come in un quadro di van Gogh, ogni tratto è un pensiero agrodolce documentato nel dettaglio. E quello che leggi tu non è mica colpa sua: i puntini li riempi col tuo vissuto, con la tua amarezza, con la tua ironia triste… ma lui non ti scaccia e, come una tela bianca davanti a un pittore olandese, si lascia dipingere, tratto dopo tratto, diventando proiezione di ciò che vorresti da lui.
Il tu ipotetico sono poi io… ma secondo me non son la sola.
Così, nonostante un’orribile locandina, sono andata a vedere La felicità è un sistema complesso.

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Premessa complicata: il nostro protagonista si chiama Enrico e fa un lavoro unico nel suo genere, ovvero si rivolge a incompetenti capitani d’industria perché rinuncino al proprio incarico e mettano nelle mani della società per cui lavora i destini di aziende che altrimenti fallirebbero in pochi mesi. Un lavoro le cui commissioni sono sicuramente altissime ma che lui porta avanti soprattutto con lo scopo di salvare le compagnie dal fallimento e quindi ridurre al minimo gli inevitabili licenziamenti.
L’inizio e la prima ora e venti, devo dire, non sono stati dei più facili: a leggere quanto ho già detto per Suburra, si potrà capire il mio disagio nel veder aprire l’ennesimo film con una festa grottesca… ma a quanto pare ogni festino ha la sua peculiarità e ci tocca adeguarci al trend.
Come fai a convincere uno a matterti in mano l’impero che dirige? Diventi suo amico, ne condividi gli interessi e il tempo libero, lo fai sentire apprezzato e capito, ne alimenti le aspirazioni “esotiche”, quelle che lo distrarranno definitivamente dalla carriera. E così ti capita di andare a ballare tutta la notte a una festa in costume a tema anni 70, rientrando stanco ma con la bella delega firmata.
Un lavoro onesto, sì, uno scopo nobile, pure, che però se lo stanno divorando. Perché non è poco il pelo sullo stomaco che devi avere per stare in mezzo a società malgestite e centinaia di persone che rischiano il posto di lavoro.
«Io non sudo da vent’anni» dice Enrico a un tremante fratello che non ha il coraggio di affrontare i propri problemi. E lo sa il pubblico in sala, lo sanno i due protagonisti sulla scena, che è una cosa davvero triste non essere più capace di provare vergogna per le proprie azioni.
Questo è un film per sudare, per riprendere a sudare, liberarsi, respirare, ossigenarsi.
E per farti capire questo, tutta la prima parte ha un peso strano, quasi di noia che poi noia non è: è apnea, ma lo scopri dopo.
La vita è fatta di molti “trovarsi nel posto giusto al momento giusto”, deal with it! quindi, che la svolta nella vita del protagonista coincida con un incarico lavorativo un po’ diverso dagli altri, arrivato in concomitanza con la comparsa, in casa sua, di una ragazza di Tel Aviv che il fratello gli appioppa non avendo il coraggio di lasciarla, non mi pare affatto assurdo.
Un primo tentativo di respirare, di bilanciare l’umanità che sente sempre più mancargli nel suo lavoro, sta proprio nell’occuparsi di questa ospite improvvisa, così diversa da lui, libera, perfettamente a proprio agio nel dormire per terra, cosa che lui non è in nessun modo capace di capire.
Concentrandosi su di lei, che a un certo punto tenta persino il suicidio, lui riprende quel ruolo positivo che non riconosce più nel suo impiego e tutto si riassume in un piccolo concetto che lei descrive in poche, perfette, parole: «È strano: sentire male ma vedere cose belle». E che cosa c’è di più vero di questa infinita contraddizione, di più vero di quelle cose minuscole che ti distraggono, minuto dopo minuto, dal volertene andare.
Un tratto in più su quella tela, ancora uno, un altro ancora e forse anche questo giorno sarà finito, forse si può arrivare a domani senza che i corvi rovinino il quadro.
Marito e moglie, presidente e vicepresidente di una multinazionale, muoiono in un incidente stradale, lasciando un figlio diciottenne, Filippo, e la sua sorellina, Camilla, quali eredi del proprio impero.
Se normalmente il ruolo di Enrico è quello di far dimettere amministratori delegati incompetenti, svogliati e menefreghisti, tanto più incompetente, svogliato e menefreghista sarà un ragazzo di diciotto anni al primo anno di Filosofia.
Così, inizia il processo di mimesi per avvicinarlo: sui social scopre che ama il rugby e ne impara i rudimenti; apprende che ama un certo rapper e ne utilizza una canzone come suoneria… naturalmente il ponte si getta che è una meraviglia.
«È uno di loro, è solo più giovane» dice un impareggiabile, viscidissimo, Battiston a Mastandrea/Enrico, quando questo mostra degli scrupoli a voler portare avanti l’incarico con un ragazzino.
Ma Filippo si rivela molto più attento del previsto alle sorti dell’impero che ha ereditato e questo mette in crisi Enrico; questo e la presenza della bella ragazza israeliana che, a differenza sua, in maniera del tutto spontanea e disinteressata, lega immediatamente con Camilla.
E i due fratelli sono perfetti nel non essere mai troppo infantili o troppo maturi: puri e ingenui nel desiderare che ciò che hanno ereditato continui a esistere senza far male a nessuno, senza perdere un solo impiegato; teneri nell’aiutarsi a superare un lutto terribile di cui il film non parla, eppure dice tutto mostrando la meravigliosa immagine, nel salotto della loro casa immensa, di due divani come lettini improvvisati, appena accostati come in un bivacco, e mille dolciumi tutti intorno.
Alla greca, le cose brutte succedono fuori dalla scena; all’indiana, sono accompagnate dalla musica: così non c’è morte e non c’è sesso ma una bellissima colonna sonora quando si muore e quando si fa l’amore.
È un film fatto per sudare, dicevo, per tornare a provare qualcosa, per “sentire” a voce alta. Quindi, il nostro Valerio va in bici più di don Matteo e pratica un personale triathlon di partite a rugby e speleologia che, quanto a sudare, altro che la tuta dimagrante in plastica che al mercato negli anni 80 mia nonna comprò.
E sudare non basta, tocca liberarsi, urlare o fare cose che, come urlare, facciano bene, come lanciarsi a bomba in una piscina davanti a manager impettiti o cantare la ricetta della torta di mele al karaoke – con questa cosa bellissima che poi Niccolò Contessa l’ha pure incisa, la ricetta, e fa parte della colonna sonora del film insieme ad altre canzoni de I Cani e dei Rolling Stones tra gli altri – oppure imitare il moonwalk di Michael Jackson: «Vuole andare avanti e invece va indietro», spiega Enrico, dicendo un’altra verità, del film e non solo, che si può ancora sovvertire, questo è un film per sovvertirla.
I film italiani stanno diventando grandi, la fotografia è sempre più accurata, la musica è perfetta e torna a guardare alla scena indipendente – più o meno – come succedeva negli anni 90; quelli in cui Mastandrea, giovane mai giovane, era già un sigillo di garanzia: un esempio su tutti il classicone Tutti giù per terra.

Non lontano da quelle prove giovanili, mi capitò di sentire un’intervista in cui parlava – molto umilmente e più con desiderio che certezza – delle tre M della comicità romana: Manfredi, Montesano e… Mastandrea. Ecco, ci è arrivato con grazia e con i passi giusti – al momento giusto – comprese le ironiche presenze nei video rap e nei cortometraggi; chi mi conosce perdoni se per l’ennesima volta cito e consiglio Basette.
In quest’ultimo film, il suo personaggio, Enrico, posto davanti alla giovane ospite inattesa, mi ha ricordato Mimmo, l’ingenuotto interpretato da Carlo Verdone in Un sacco bello, alle prese col fulmine a ciel sereno chiamato Marisol. Ma poi Valerio è andato oltre ed è diventato Troisi nel suo farfugliare spiegazioni timide. E poi è tornato l’attore tragico di Un giorno perfetto di Ozpetek, amaro, cattivo se necessario, e poi, insomma, Mastandrea ha fatto Mastandrea, quello da cui ci si aspetta sempre una battuta agrodolce.
E lui la fa… e perché non dovrebbe se questo sa fare così bene, senza far male, senza stonare. Forse anche da qualcuno di noi la gente se lo aspetta, che facciamo le battute giuste; forse ci invitano apposta; forse gli risolviamo la serata.
Ed è per questo che ci viene la faccia come un quadro di Van Gogh, ed è per questo che ci specchiamo in un attore romano che, come nessun altro al mondo, è capace di interpretare così bene il ruolo di Valerio Mastandrea.

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Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Suburra, in lingua originale senza sottotitoli

Considerando che l’ho visto agli sgoccioli della sua programmazione nelle sale, a giudicare dalla quantità di persone presenti devo supporre che questo film abbia avuto un successone.
Sala piena di gente sempre più maleducata, in vero: in ritardo sull’orario, rumorosa e lenta nel sistemarsi… senza nessun segno di quella contrizione che io ho pure se arrivo un minuto dopo l’inizio dell’interminabile pubblicità.
A questa gente spetta un girone speciale, all’Inferno, in cui tutti sono sottoposti alla visione in loop di un cartone animato orribile con vulcani che cantano… che in confronto Bugs Bunny che ti dice di spegnere il telefonino ti sembra un film da Oscar.

Comunque ho visto Suburra e non mi ha fatto schifo.

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Come le serie americane ci stanno abituando a standard sempre più elevati in Tv, mosche bianche italiane come Sorrentino o Tornatore e – che dolore ammetterlo – un po’ pure il Muccino grasso, stanno alzando il livello delle aspettative del pubblico del grande schermo, dopo il periodo buio degli anni Duemila.
Quindi mi aspettavo una schifezza con attori cani, invece c’era giusto un cane attore. Un pit bull cui hanno fatto fare la parte del molosso cattivo che è come quando dici in questo film ci mettiamo Mastandrea perché così fa Mastandrea e allora crei il luogo comune che il buon Valerio sappia fare solo quello e che i pit bull sappiano solo mangiarsi la gente in dieci morsi dieci come un Cucciolone con brutte barzellette.
Che poi a me Mastandrea che fa Mastandrea piace eh, e comunque nessuno sa farlo come lui. QUINDI. (Però se volete vederlo fare altro guardate Un giorno perfetto che è come guardare, boh, un pit bull che ti porta le pantofole: gli vuoi bene).

Suburra parla delle cose brutte di Roma, con riferimenti che non hanno facce né nomi ma sono chiarissimi a importanti personaggi della nostra politica. Riunisce in quattro giorni del 2011 due eventi significativi come le dimissioni di Silvio Berlusconi – effettivamente occorse il 13 novembre del 2011, ultimo giorno raccontato nel film (no anzi, il film anticipa tutto al 12, ma è uguale) – e l’abdicazione – lo sapete che è un monarca quindi abdica, sì? – del papa tedesco che invece è stata annunciata soltanto nel febbraio del 2013. Ma è fiction, mica errori come li chiamerebbero in un articolo di Wired, quindi darei la cosa per perfettamente accettabile.

Verso l’inizio del film, un festino di gente orribile ti fa subito pensare che abbiano usato le scenografie dismesse da Sorrentino e ti senti anche un po’ in colpa perché forse non son passati manco dieci minuti e stai già cercando una scusa per non farti piacere la pellicola. Infatti, il festino non è sinonimo di Grande bellezza, bensì di Roma brutta, come un tempo lo era la Vespa di Roma bella e non viene da Un regista per essere ripreso da un altro: viene da quella città lì, proprio.

C’è Favino, non ha la barba ed è bellissimo lo stesso e io sarei stata perfettamente a mio agio, nuda, a guardarlo, con buona pace di chi è venuto al cinema con me. Comunque Favino con la barba è meglio, perché mi ricorda un tizio bello che si chiama Enrico: e quando Favino ride, io voglio dormire con Enrico.

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Ma se sei un deputato della Repubblica, tiri via la barba, ti imbolsisci e parli come se avessi i ceci in bocca… che per tutto il film mi son chiesta se fosse un riferimento preciso a un politico nostrano in particolare o se il nostro testimonial degli spaghetti avesse semplicemente il mal di denti durante le riprese.

Saviano ci ha raccontato l’epica della Campania: ci ha spiegato come la violenza, oltre ad avere tutte le altre motivazioni “pratiche”, sia alimentata pure da un’operazione di storytelling che trasforma nomi, famiglie in miti eroici da emulare e comunque da onorare.

Questo film fa lo stesso con Roma e quindi in sostanza è un ping pong di azioni e reazioni che coinvolgono sempre più gente in una rete che diventa capillare e colpisce tutti i livelli e tutti i salotti.
Anzi persino parte dal salotto più alto, quello dell’onorevole che si droga e dorme con le escort… che vabbè dici a Indovina chi?, eliminando quelli che si drogano e vanno a puttane butteresti giù persino la signorina col basco verde all’insegna del sasignoramiaalgiornodoggilofannotutti… che non è manco populismo è che, nel ventaglio delle debolezze umane, droga e sesso mi sembrano abbastanza comuni al pescatore come al prete e al farmacista e al senatore.

Quindi questa è la premessa del film: l’escort che tira il calzino dopo aver tirato ben altro.
Quella parte lì mi è molto piaciuta perché si vede un uomo come sono molti uomini: indipendentemente da quanto potere, quindi quanta scorza, abbiano messo insieme nella loro vita, davanti a errori e problemi non capiscono più un tubo e lasciano in mano alle persone meno indicate il latte versato da raccogliere. Da qui parte l’effetto domino di violenze che animano il racconto.

La storia non è tanta e non è certo un film che scoperchia chissà quale segreto vespaio; non è neppure un film che denuncia: è a malapena un film che racconta… che poi le cose, a Roma, vadano davvero in quel modo lì io non lo so proprio ma mica vado al cinema per informarmi (e mi piacerebbe dirvi che non mi informo manco su Wikipedia, ma la “certezza” che Mastandrea non si chiami Mastrandrea l’ho cercata lì).

Una cosa curiosa del film, invece, per tonare a segni iconografici più o meno voluti, è la scelta di inserire tra le suppellettili che arredano l’ufficio del nostro onorevole Favino un bronzetto sardo. Trattasi di statuina che attiene all’archeologia isolana e, in quanto tale, oggetto di vincoli ma, inutile dirlo, un discreto contrabbando, più o meno sommerso, di questi manufatti è sempre esistito. Quindi non ho capito se metterlo lì sia stata una scelta volontaria di mostrare l’arroganza del potere che ha accesso a tutto e ne fa pure bella mostra al di là della legge o se, magari, sia un riferimento a qualche altro politico sardo come a suggerirne un legame, nel film, e un’accusa, nella realtà.
O forse sono sarda e ce ne accorgiamo soltanto io e pochi altri e magari a quello che ha messo insieme gli arredi è solo sembrata buffa la riproduzione vista in un negozio di souvenir.
Ma dubito.
E perché dubito? Per via del più grande difetto di Suburra e cioè la fotografia.
Tutto, tutto, tutto perfetto, arredamenti e inquadrature: mai una cosa veramente in disordine, mai un senso di naturalezza; neppure quando uno deve nascondersi in un capanno di pescatori che, te lo anticipano, è brutto e tu ti aspetti di vedere Provenzano nascosto sotto terra e invece anche quello sembra uscito dal catalogo di Unopiù. Talmente un susseguirsi di belle cartoline, questo film, che davvero pensi a un riciclo dei set di Sorrentino e la violenza delle scene viene addirittura smorzata da questa cura nella disposizione, persino, delle sedie dentro una baracca.

Le scelte più dimesse, in fatto di arredo, sono quelle che riguardano un suggerito papa tedesco, che non vediamo mai in faccia. Lo troviamo in stanze private lugubri e vecchie che più fanno pensare alla pia zia centenaria che ha fatto di casa sua un accatastarsi di altari di legno che non a un re e relative ricchezze.
Ma ha senso – e poi magari quelle stanze sono davvero così, che ne so io – ed è l’altra parte del film che ho apprezzato di più. Come ho avuto modo di dire ieri al mio compagno di visione, se diventi Papa, dentro Roma sei stato per più di qualche gita e come vanno le cose già lo subodori. Eppure, il regista Sollima ha costruito effettivamente una persona a simboleggiare la purezza di spirito – uno straniero, tedesco, che si ritrova catapultato nella realtà romana – che non può gestire, capire, chiudere gli occhi su cose così tragicamente materiali e, anzitempo rispetto a Benedetto, lascia baracca e burattini. Una volta tanto una figura di Papa utile.

Questo post lunghissimo non spiega il titolo ed è colpa mia che sto tergiversando sul momento in cui sembrerò particolarmente lombarda, quando invece sono la più terrona di tutti: io non so se fosse il volume della sala di proiezione di via Ariosto a essere inadeguato o se la qualità audio del film fosse proprio pessima; quello che è certo è che delle parole pronunziate con forte accento romano da molti dei protagonisti io non capivo veramente nulla e allora mi sa che non soltanto gli zingari – ennesimo richiamo alla cronaca romana degli ultimi tempi – andavano sottotitolati.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Come se il tuo cuore lo vedessero tutti

C’è questa cittadina da qualche parte degli Stati Uniti dove la gente è rotta, non nel senso di lacero-contusa, ma proprio di rotta dentro. Dici: sono robot? No, sono rotti come siamo tutti quanti, che è la verità più vera di tutte.
La gente sono rotti perché tutti i pensanti c’hanno un dolore dentro, più o meno forte, che non sanno definire. E pure i non pensanti ce l’hanno, solo che non si accorgono che fa male.

Vabbè, il mio ovvio l’ho snocciolato, torniamo alla cittadina. Rotti siam tutti, quindi si suppone che lo siano anche nei paeselli accanto, ma magari uno è Springfield e gli abitanti soffrono in giallo e l’altro è Cabot Cove e gli abitanti smettono di soffrire uno al giorno. Ci sono molti modi.

Nel nostro caso, questi abitanti qui sono rotti come me e voi e il vostro vicino di casa, però si vede. Mica te lo dicono tutto il tempo quanto stanno male – ognuno per le cose sue – anzi sono parecchio zitti ma è come vederli rivoltati, il dentro fuori, double-face dalla parte del dolore.

Questi parlano poco ché ogni parola è uno slancio verso una finta felicità oppure un colpo di vanga a rimestare il dolore mal seppellito. E glielo leggi in faccia, nei movimenti, nelle azioni quotidiane che non ce la fanno proprio, che vorrebbero urlare ma non urleranno mai ché in società non si urla e ci si manda a cagare in silenzio, si beve forte e si fa finta di niente e di tutto.

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C’è una storia, alla base di tutto, un giallo abbastanza nero di uno che, ragazzino, s’è fatto uomo in tipo 20 anni di prigione per un delitto – lo stupro e omicidio della fidanzatina – che invece non ha commesso, quindi viene rilasciato, a caso ancora aperto, mettendo ovviamente a disagio tutti quanti, la cittadina intera.

E ci sono rancori, dubbi e felicità vari ed eventuali di tutti quelli più o meno coinvolti, famiglia, amici d’un tempo, polizia, famiglia della vittima e via così. E dici vabbè città piccola, scandalo grosso ovviamente non ci si riprende più. Eppure ti bastano venti minuti per capire che quell’espediente lì, il giallo che tiene su il racconto per anni, serve solo a scoperchiare un pentolone che ribolle di cose, sensazioni e solitudini che riguardano anche quelle città ridenti, di mare, dove si mangiano i granchi col burro e c’è un morto al giorno di cui ci si dimentica in mezz’ora. Qui i protagonisti hanno gli occhi spalancati di rabbia e paura e ci leggi tutto e tutto è chiaro in quei silenzi che quelli come me hanno amato in Mad men, un prodotto diversissimo che pure mi sembra l’esempio più vicino e rispettoso.

Chi l’ha detto che devo spoilerarvi solo i film. Rectify è arrivata alla terza stagione ed è una serie che dovreste proprio guardare, in quei giorni lì in cui siete più intelligenti del solito, più autoreferenziali anche, quando vi sentite un calzino al rovescio, con gli schifi tutti di fuori: c’è una cittadina da qualche parte negli Stati Uniti dove si sentono proprio come voi, e vorrebbero urlare ma non urlano, però si vede lo stesso che vi capirebbero e li capireste.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
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Scusa ma ti chiamo Rambo

Ho visto un film ma forse era meglio di no.

The gunman parla di uno che sta in Congo un po’ per una missione umanitaria un po’ per fare cose losche.
Sta con una che fa solo cose umanitarie e quindi, quando gli tocca fare cose più che altro losche, tipo uccidere un politico, dopo è costretto a sparire dalla circolazione, dandosi per morto, e lei si mette con uno più losco ancora e soprattutto più grasso. Poi inizia il film.

Lui è Sean Penn, lei Jasmine Trinca, l’altro lui ciccione è Javier Bardem. Ogni tanto appare Idris Elba.

Jasmine Trinca recita in tre lingue e fa schifo in tutte. Non è che non sia brava, in Italia, e non è tanto la pronuncia a disturbarmi quando recita in inglese – parla pure in francese e in spagnolo, nel film, ma meno – ma è proprio l’interpretazione delle frasi che manca totalmente.
Bisogna tuttavia riconoscerle che, a differenza di quasi tutti gli attori italiani dentro i film americani, lei non muore nei primi quindici minuti, arriva anzi fino alla fine. Indenne e abbastanza inutile.

Riesce altresì, Jasmine, a realizzare in un solo film molti dei miei desideri: dormire con Sean Penn e poi dormire con Javier Bardem… se il film fosse durato di più – cosa che grazie al cielo ci è stata risparmiata – magari avrebbe dormito anche con Idris Elba, diventando per me un’assoluta eroina.

Bardem, come ormai sempre negli ultimi film, è morbidello e secondo me i tempi sono maturi perché possa interpretare Maradona in un film a caso a lui dedicato.
A sottolineare la cubatura importante di Bardem – Javier, ti amo lo stesso – è la costante nudità dei Penn – Sean, ti amo, sono nuda anch’io – che per metà del film sta senza maglietta e, topos dei topos dei fighi scanzonati, ovviamente c’ha pure la scena in cui corre a torso nudo e col surf sotto braccio, mi ha fatto un po’ tristezza – ma lo amo lo stesso.

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Il cattivo del film, una pellicola di due ore, si capisce al venticinquesimo minuto, non uno prima non uno dopo.

Riassumendo: ricerca del cattivone; dubbio che il più losco di tutti sia un altro; rappresaglia del cattivo vero e dei suoi scagnozzi. In mezzo mille luoghi comuni col protagonista che torna mentre lei intanto era felice con l’altro e rimane molto turbata dal saperlo vivo. Il turbamento che dura cinque minuti e dopo scopano. Poi inseguimenti e pistole, pistole e inseguimenti.

Mi credevo figa ad averci pensato ma in effetti è una cosa che si capisce ancor prima di quando si individua il cattivo e infatti l’hanno detta tutti: Sean Penn voleva stare nudo e voleva fare Rambo.

C’è la scusa della guerra in un paese a caso in cui gli americani intervengono ancora più a caso; c’è il senza maglietta; ci sono pistole che appaiono al momento opportuno tipo Quake; praticamente non esistono dialoghi.

Sean Penn è stato molte volte un soldato al cinema. Su tutte, la mia occasione preferita era Vittime di guerra, in cui era un bastardone che ammazzava civili e si scopava ragazzine indifese mentre Michael J Fox si sentiva in colpa.
Qui Sean fa quello buono che vuole fare ammenda per comportamenti immorali nel paese a caso del caso. Diciamo che il risultato lascia a desiderare, specie in un film d’azione che culmina in Spagna, durante la corrida, dove a eliminare il cattivo ci pensa il toro.

Una combo noir azione di cui potevamo fare a meno; dove lo stesso risultato si ottiene una volta alla settimana in soli quaranta minuti di The blacklist che, sia chiaro, si guarda solo perché c’è James Spader mica per il valore artistico, però ecco almeno è scritta meglio e non punta su attori agée fisicamente fortissimi manco fossimo in Cocoon.

Scusa Sean, scusa ma ti chiamo Rambo.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Il naufragio della resilienza

Chi mi conosce bene sa, e forse ne è pure annoiato, che la mia parola preferita è resilienza.
Riassunto in termini non troppo freddi, il significato è più o meno “restistere al cambiamento senza collassare”.
Le mie parole preferite descrivono concetti che non so applicare.
Resilienza è la cosa più lontana da me e ci sono dei film che vi dimostreranno che è la cosa più lontana da tutti.

Smettetela di essere così felici, non ci crede nessuno.

La migliore offerta e L’eleganza del riccio.

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La migliore offerta è un film immenso e c’è dentro tutto: un noir perfetto fuso a immagini spettacolari.
Ma proprio per quant’è bello, se ve lo racconto si rovina e invece lo dovete vedere. Però lo racconto lo stesso.
Il protagonista è un uomo avanti con gli anni che fa il battitore in importantissime case d’asta. Grande appassionato d’arte, riesce, grazie al suo unico amico e collaboratore, a mettere insieme, di asta in asta, una magnifica collezione di ritratti di donna. Molto metodico e freddo, ai limiti della misantropia, ha una vita molto routinaria fatta di gesti sempre uguali e di precisione maniacale.

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Tutto cambia quando una giovane ereditiera lo contatta per poter mettere all’incanto gli arredi della sua villa.
Tutto cambia ma piano pianissimo con lui che entra nella villa ma non ha mai modo di vedere il volto di chi la abita, sentendone solo le parole e innamorandosi di una voce.
Lascia le sue abitudini, lascia un mondo di perfetta solitudine per tornare umano e lasciarsi andare all’amore.
Inutile dire che va tutto male, ancorché in modi inaspettati e che non vi dico.
Ma va male perché quello nella vita non sembra essersi mai lasciato andare, tanto da avere un solo amico al mondo, tanto da aver dato troppo a una persona sola che può fare della sua vita ciò che vuole.
Va male perché puoi essere il migliore PR di te stesso oppure il migliore buttafuori ma comunque cambiare non porterà a nulla di buono.
Lui era un ottimo buttafuori ma un giorno si è distratto e ha perso tutto dando tutto.
Una sola cosa gli è rimasta, un ricordo, l’unico di verità, del sogno diventato incubo; e lo insegue in una struggente scena finale di attesa simbolica e reale. Messo davanti al tempo che passa: quello sprecato nei sessant’anni precedenti, quello bruciato nella recente illusione di un cambiamento e quello futuro, breve, che passerà a ricordare o a non dimenticare.

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“La gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Ma non è triste quando aspetta o ricorda. Sembra triste. Ma è solo un po’ lontana.”

Lo dice Baricco e probabilmente ha ragione anche se è Baricco. Io non so dire se sia meglio vivere davvero almeno quei pochi anni o se osservare un severo rigore al riparo dagli scossoni sia meglio.
Tipo per me è meglio la seconda ipotesi, ma io sono noiosa e odio tutti e voi invece siete pop e i telefilm vi hanno insegnato che nella vita servono la tragedia e la grande storia d’amore, possibilmente in quest’ordine.

Ma ecco che quando il protagonista del meraviglioso film di Tornatore accetta il cambiamento, ne è travolto e non si ripiglia più, quindi secondo me ho ragione io.

L’eleganza del riccio è un film ben più modesto che viene fuori da un mini caso letterario francese: l’omonimo romanzo di Muriel Barbery di qualche anno fa. Il “caso” credo nascesse dall’inserimento di molta filosofia dentro un romanzo di facile lettura. Oppure non lo so da che cosa venisse fuori ma comunque mi pare di ricordare che mi fosse discretamente piaciuto. Il film è più o meno identico ma, come fa spesso il cinema, racconta peggio le cose, Vabbè comunque le racconta.

C’è una tizia, una portinaia di mezza età, che sta dentro la portineria di un palazzo in cui abitano varie persone che lei osserva ma che non osservano lei. Così sta nel suo spazio che è pieno di libri e si fa gli affari suoi e legge moltissimo ed è tutta accartocciata in se stessa e chiusa in una nicchia un po’ snob. Qui lei sa, tipo gli eroi di Sorrentino dell’altro post, le cose della vita, lei le guarda da fuori e le può giudicare senza coinvolgimento, mentre gli altri a malapena la notano e a malapena notano se stessi.
Insomma la nostra sta lì in un volontario isolamento che a misantropia se la gioca col battitore d’aste e sta bene così; ma siccome è un libro che ha venduto moltissimo, a una certa arriva uno che è più intelligente e consapevole degli altri. Questo non può che scombinare tutto, tanto da stanarla, letteralmente, tanto da farle credere che valga la pena aprirsi con qualcuno, smettere di essere riccio e offrire la propria bellezza in cambio di quella altrui.
Il problema del film, rispetto al libro, è che questo passaggio: questo coraggio immenso che serve per mettere il naso fuori di casa, bussare alla porta di qualcun altro, dirgli esisto e a volte sono felice altre no, dirgli penso un sacco di cose e finalmente in te c’è una persona che ha il mio stesso cuore e può capirle, dire a se stessa la vita non è così tremenda quando si lascia il comando a qualcun altro… tutto questo accade velocissimo mentre nel libro ha una durata maggiore e più credibile, ma è ovvio quindi glielo perdoniamo tanto il succo non cambia: va a finire male.

Ma male come va male ai ricci, gli istrici, i porcospini. Come finiscono i ricci, gli istrici, i porcospini?
Investiti.
E perché? Perché un giorno si fanno coraggio e decidono di attraversare la strada, ma non hanno coraggio davvero, né tempismo, e allora si fermano al momento sbagliato e nel punto sbagliato e le automobili che sono automobili fanno il resto.

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Alle volte si nasce sociali, altre volte no, qualche volta si è convinti di essere una o l’altra cosa ma ci vuol poco a rendersi conto della bugia. Si può far finta o training autogeno per diventare l’opposto o ridimensionare il problema, quando è un problema.

Ma si paga tutto, e sostenere un cambiamento quando la vita è stata vissuta gattopardianamente, veicolando ogni scelta perché non portasse mutamento, non può non essere traumatico, a volte è letale.

Resilienza è la mia parola preferita, è un concetto meraviglioso, un’idea di coraggio applicata al quotidiano, naturale per tanti e impossibile per altri. Resistere al cambiamento, senza collassare, è un bene di lusso che funziona soltanto nei brutti film.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Sorryntino, non ci siamo capiti, ma è stato bello lo stesso

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Per parlare di Youth devo prendere la rincorsa e iniziare da This must be the place e ripassare su La grande bellezza (di cui già esiste un mio commento,
qui, che tuttora mi sembra sensato). Chiameremo questi tre film “LFA, La fase americana”, ovviamente in senso figurato molto più che geografico.

Sorrentino usa creare degli eroi. Eroi alla Ettore, forti e valorosi che sanno che butta male tutto intorno e che più che baciare il figlio prima di andarsene a morire non possono fare.

Sorrentino crea gli eroi che vorremmo essere.
NO, ANZI: crea gli eroi che siamo già convinti di essere.
I più consapevoli del circondario: nel nostro microcosmo siamo sempre quelli che hanno capito di più, che individuano il grottesco delle cose, che sentono la nota stonata mentre tutti fanno festa.
Coltiviamo questa piccola illusione, tremendamente ingenua, di essere gli unici capaci di guardare le cose da fuori, di mettere in pausa la realtà per descriverla e analizzarla, un passo avanti agli altri, quelli contenti di non si sa cosa.

E per noi non intendo l’umanità, contenta di non si sa cosa, ma solo quelli come me; che però hanno la sfortuna di non essere me.

Sorrentino costruisce questi uomini manifesto e quelli come me poi ci fanno le magliette, e poi non capiscono più dove finisca la loro pelle e dove inizi la Fruit of the loom a grammatura densa.

I personaggi, che nascono e muoiono in due ore e che mai hanno detto altro oltre a quello che era scritto sul copione, vengono investiti da tutte le aspirazioni di quelli come me: “Gep avrebbe fatto sicuramente così…” e racconti e interpretazioni inesistenti si sprecano e non parlano di Gep, Cheyenne, Fred e Mick… ma di noi stessi.

Quando quelli come me raccontano un film di Sorrentino, raccontano una forma idealizzata di sé e il film allora non lo sai se l’hanno visto davvero. Ci hanno voluto vedere la loro storia.

Due cose ci servono: contenuto e contenitore. In This must be the place erano potentissimi entrambi.
Il vuoto di dentro del personaggio era reso esteriore, misurato per chilometri dalle minuscole rotelline di un carrellino per la spesa prima e di un trolley poi.
La grande bellezza si è preso le sue critiche e se le è prese perché c’era l’afflato felliniano e le cose italiane che piacciono agli americani (di qui LFA).
E siccome non c’è niente come il bordello del circo grottesco della vita per far sentire quelli come me subito molto intelligenti, allora il mondo è pieno di quelli come me che adorano quel film.
E il fatto che gli americani pure premino l’Italia quando si autodenunzia e ammette tutti i suoi nani e ballerine, ecco dovrebbe far pensare, ma quelli come me vedono solo l’eroe che ha già pensato per tutti.

L’equilibrio tra contenuto e contenitore, necessariamente, è andato un po’ di là, verso il contenitore e le immagini potenti. Ma lo chiariva già il titolo: quella era una caccia al tesoro, nella quantità, alla qualità, alla grande bellezza.

Youth ha perso completamente di vista il contenuto, e ha esagerato col contenitore.
Le immagini potenti, un marchio di fabbrica di Sorrentino.
Il ritorno della maniacale simmetria, che temevo gabbia e invece superata e dilatata: da quella con asse centrale a quella da destra a sinistra, da sopra a sotto, dal primo al secondo piano tra un fotogramma e l’altro. I dettagli grevi al punto giusto come degli orrendi teli di spugna piegati a cigno.
Il ritorno di cose già belle in altri film come la musica che gira, dove sul giradischi Sorrentino mette direttamente le persone.
Una pulizia poetica che rende belli persino i termosifoni: struggenti posti dove appendere il cappello.
Un impatto che non delude mai e sei felice di quel bel contenitore. Ma è come vedere le diapositive delle vacanze di un altro, per quanto siano belle le foto, la vacanza non era la tua.

Pochi concetti, infilati qua e là a tentare di dare profondità a qualcosa che non ne aveva poi tanta: due uomini, nell’argento dell’ultima parte della vita, che guardano col distacco tipico di quelli come me, che sono sempre molto consapevoli, ciò che succede alle persone più giovani che hanno intorno.
Due vecchi così poco interessanti che dobbiamo fidarci quando ci viene detto che sono un grande regista e un grande direttore d’orchestra. Dobbiamo farcelo bastare per accettare che veramente veramente il film sia tutto lì.

Non privo di momenti banali e da vittoria facile come un’onirica direzione musicale delle mucche al pascolo, la pellicola sembra la parodia di un film di Sorrentino, come esistono quelle di Wes Anderson. Una wesandersonizzazione che a fatica passa inosservata quando il film è pure ambientato in un hotel.

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L’intero film si risolve, meglio che nelle due ore, nei due minuti in cui un mitologico Maradona, grasso ed esausto, vagheggia delle sue prodezze giovanili sul campo e quando gli viene chiesto a che cosa stia pensando, risponde “al futuro”. Una cosa minuscola ma così ben fatta e in equilibrio che ancor più ti fa sentire nostalgia di un film che sia vero cinema e non diapositive.

Ma quelli come me fanno fatica a dire che i contenuti non erano profondissimi, a non citare frasi “definitive”… e forse anch’io somiglio un po’ a quelli come me e allora aspetto il prossimo, perché mi son piaciuti tutti gli altri e perché non avevo mai fatto tanti complimenti a un film che non ho amato.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
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Quando del libro è meglio il film

Il polemicone, su cosa sia meglio tra libro e film, è sempre sulle bocche noiose di tutti.

Persone a me care sostengono che si debba dimenticare il libro e prepararsi a guardare un’altra cosa.

Potrebbe essere giusto e facile da accettare davanti a registi potentissimi, forse. Ma se la ragione per cui vado a vedere il film è che mi è piaciuto il libro e se è lo stesso motivo per cui il regista lo ha diretto, ben difficile sarà scordarsi le parole di carta.

Io, comunque, non le scordo mai.

E dico “sCORdo” che, mi hanno insegnato, vuol dire lasciar andar via dal cuore, cosa davvero impossibile nel caso di certi romanzi.

DiMENTIcare, quello sì, si può fare, ché vuol dire lasciar andar via dalla mente accettando altri percorsi.

Non è mia intenzione infilarmi in questa polemica, dove per me quasi sempre vince il libro, come la canzone originale sulla cover, anche quando la cover l’ho sentita per prima.

Però, al contrario, esistono rarissime eccezioni in cui il film è meglio assai del libro da cui è tratto.

E non è che questo post serva a dimostrare che non ho letto soltanto le 50 sfumature, però anche.

E a proposito di sfumature, ieri ho visto il film e se puoi leggere un libro in diagonale, puoi anche vedere una pellicola di due ore in metà tempo… 25 sfumature di grigio e passa la paura.

Come mi aspettavo, meglio il film.

Lei è una deficiente che simula orgasmi ancora prima di spogliarsi, ma almeno non parla della sua “dea interiore” come fa nel libro. Lui nudo ha il suo perché, ma vestito non si può vedere. L’inevitabile superficialità di un film qui è estremamente funzionale e taglia i tempi morti e la noia di un libro idiota… al resto ho pensato io in fast forward.

Non serve un brutto libro perché il film sia migliore.

Grande piacere mi danno i romanzi di Nick Hornby, ma il suo più famoso, Alta fedeltà è decisamente più bello visto sullo schermo. Anzi diciamo pure che i suoi libri al cinema hanno reso sempre molto bene, almeno fino al 2000. Dopo conviene leggerli soltanto.

Alta fedeltà parla del gestore di un negozio di dischi, della sua ex tipa e di quella nuova, dei suoi commessi un po’ sfigati e di tanta buona musica molto citata e molto suonata. Sarà che gli attori sono quelli giusti – non è che John Cusack possa fare molto altro – sarà che sentirla, la musica, è meglio che parlarne; sarà che c’è Jack Black proprio come vuoi vedere Jack Black… insomma va tutto come deve andare e il film scorre liscissimo a botte di top five.

Via col vento è un libro grossissimo e un film lunghissimo. Una quantità di accenni storici – e di figli di Rossella – spariscono nel viaggio dalla carta alla pellicola. Così, per dire, la rappresaglia notturna del prode Ashley a metà film sembra un’azione eroica contro i briganti che hanno assalito Rossella, ma sono – è ben chiarito nel libro – i prodromi del Ku Klux Klan: gioiosamente giustificati dalla violenza portata dai nordisti e dalla liberazione dei neri dalla schiavitù.

Ma a noi ci piacciono i cappelli di paglia e i vestiti fatti con le tende, che ci frega dei cappucci bianchi.

Sorvolando su dettagli del genere e sui molti figli di Rossella, vien fuori un film senza opinioni da cui conviene imparare l’umanità di Melania Hamilton più che la storia degli Stati Uniti… ma forse è meglio non impararla manco dal libro, ecco.

Una gran lotta è stato, per me, Colazione da Tiffany, il libro intendo. Bellissimo romanzo, complessissimo il personaggio di Holly Golightly, alla continua ricerca del suo posto nel mondo, ma è una novella che lascia molti dubbi e finisce male, non sarebbe stato un film mai all’altezza del lavoro di Capote.

Così hanno fatto un altro film, che col libro non c’entra molto: una commedia romantichella con lieto fine e poca morale che ha però il pregio di essere esteticamente bellissima, un piccolo spazio per fare le femmine che vogliono essere Audrey Hepburn, cosa che a lei viene abbastanza bene, a voi, altre femmine, NO.

Nel febbraio 2010 Vogue Italia scriveva, e io appuntavo: “… è divenuta ormai cosa ovvia ispirarsi all’allure senza tempo di Audrey Hepburn; talmente facile che dovremmo smettere: emulare Holly Golightly, e in Givenchy, è da considerarsi un presupposto imprescindibile, non un obiettivo”. Che poi vuol dire che se la vostra massima aspirazione è quella, chissà da dove partite e quanta poca strada potete fare. Volevo dirvelo.

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Io, per me, da grande voglio essere Bette Davis quindi ho altri pensieri.

Chiudo democristianamanete con un pari merito libro-film: Il figlio di Bakunin.

Sergio Atzeni ha scritto cose meravigliose tutte basate sulla realtà che conosceva, gli è bastata la finestra aperta sul rione popolare, il pranzo della domenica dai parenti più anziani, per costruire piccoli universi onesti e puliti e allo stesso tempo immensi e luminosi.

Il figlio di Bakunin, anzi Bakunìn, racconta la storia di un uomo, Tullio Saba, attraverso le testimonianze di tutti quelli che lo hanno incontrato. Nel susseguirsi di pagine, a ogni pagina è un ricordo vero o verosimile, stizzito o ammirato, spesso romanzato e ingigantito. Il film alterna le testimonianze statiche a più dinamici flashback e su carta e su pellicola il risultato non smette mai di essere poetico.

Qui finisce quel che resta di Tullio saba nella memoria di chi l’ha conosciuto. Tutto quel che hanno detto ho registrato col mio Aiwa, tutto quel che ho registrato ho trascritto, senza aggiungere né togliere parola. Non so quale sia la verità, se c’è verità. Forse qualcuno dei narratori ha mentito sapendo di mentire. O invece tutti hanno detto ciò che credono vero. Oppure magari hanno inventato particolari, qui e là, per un gusto nativo di abbellire le storie. O, ipotesi più probabile, sui fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce, trasforma, infavola, il narrare dei protagonisti non meno che i resoconti degli storici

… per non dire di chi racconta i film.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Di quando ho fatto pace con Lars von Trier e di Giacomo Puccini per spiegare la vita

Tutto è iniziato, e finito, con Dancer in the dark.
C’è Bjork, che fa l’operaia ceca quasi cieca – eh – che ha un figlio ceco quasi cieco – la smetto – e allora lavora, lavora, lavora per farlo curare.
Il tutto negli Stati Uniti dove lei è immigrata e vive in una roulotte.
Un tizio le ruba i risparmi, lei li rivuole ma lui le dice no anzi fai una cosa uccidimi ché sono pieno di debiti ma non voglio dire niente a mia moglie.
Lei lo uccide e ovviamente finisce in prigione, siccome è deficiente non racconta il furto e così, senza attenuanti, la condannano a morte per impiccagione, e la impiccano, e ce lo fanno vedere.

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Un film triste, pesissimo come von Trier solo sa fare. Che pure sarebbe sopportabile se non ci fosse Bjork a cantare per tutto il tempo, portando il livello di grottesco e d’ansia a millemila miliardi.

Lei canta: non vede un tubo, va in bici in tondo e canta; la vita fa sempre più schifo e canta, ma non è Pollyanna: lei canta con una naturalezza che puoi accettare e concedere soltanto nell’opera lirica.

Io amo l’opera e accetto che Cavaradossi o Mimì muoiano cantando – sì, mi piace Puccini – e mi commuovo pure, ma al cinema lo stesso accordo muto difficilmente si può stringere e allora che sia muto, il coro – lo so – quando le cose si fanno più dolorose, e smetta Bjork di squittire.

Invece no: lei canta, a modo suo, e il film diventa ancora più peso e siccome quello è stato il mio primo, di Lars von Trier, dopo non ce ne sono stati altri per lungo tempo.

Poi ci ho riprovato.
Avevo deciso di vedere tutti i film di Dogma 95: camera a mano, niente effetti speciali, niente musica… ovviamente mi son scocciata al secondo film, Idioti, proprio del nostro Lars.

Però Festen, dogma #1 di un tizio danese che si chiama Vintenberg è parecchio bello e pure Idioti è quasi geniale, devo ammettere… ma una ragazza ha bisogno di una colonna sonora, ogni tanto.
Dice: e allora beviti Bjork!
No.

Comunque, con Idioti non è stato amore ma con Antichrist è stato l’inizio di una profonda amicizia e con Melancholia non nascondo un certo desiderio di giacere insieme, col film proprio, non con von Trier che sembra l’orso Yoghi.

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In Antichrist non canta nessuno ma ci sono Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg che scopano fortissimo e intanto il figlio si arrampica fuori dalla culla, apre la finestra e si sporge a guardare i mille comignoli fumare nei cieli bigi – non credo sia Parigi – fino a cascare giù.

Ovviamente è un film sul lutto e sul senso di colpa, sulle responsabilità, sull’accettazione del dolore.

Lui è psicoterapeuta e gli viene questa idea geniale di portarsi la moglie nella baita isolata per farle elaborare il lutto, curandola lui: cosa molto ortodossa ed evidentemente molto astuta.

Se il film inizia male, peggio finisce.

Ma è un film sull’essere uomo e sull’essere donna, sulle reazioni di cuori diversi a dolori uguali. Cuori con gli stessi diritti ma che non accettano doveri e che non parlano, non possono mai davvero comunicare, essere vicini, capirsi.

E non è il lutto, basta meno per non incontrarsi mai se non a letto, dove la biologia ci ha fatto per combaciare ma per soffrire lontani, lontanissimi, ci ha fatto il mondo.

Ecco, lì io e Lars abbiamo fatto pace.

Poi è arrivato Melancholia con una Kirsten Dunst pazzesca.

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Melancholia ha composto ogni dissidio e ha sancito anche la fine dei rapporti tra me e Lars, ché non potrà esserci un altro film così bello ma ho timore che possa arrivare invece un altro Dancer in the dark a farmi passare la fantasia.

Lasciarsi in inverno – cantavano alcuni – è come morire, e allora io lascio Lars nella nostra primavera, con la pellicola migliore.

Il film è pressoché diviso in due parti appiccicate insieme un po’ a sputo ma è evidente che i registi danesi sputano con ottima mira.

Cercando la trama in rete, leggerete di pianeti in collisione con la terra e distruzione del genere umano. In effetti c’è tutto e sta nella seconda parte del film.

Ma è all’inizio che ti innamori: c’è Kirsten Dunst che si è appena sposata e va al suo ricevimento di nozze e ti sembra felice ma poi, semplicemente, non lo è più.

E lo capisci subito che forse felice non è stata mai: sincera, onestissima nei brevi momenti d’allegria; incapace di mentire in quelli profondissimi di dolore.

Up e down talmente veri, talmente credibili da paralizzare lei e lo spettatore che si ricorda – come quando si mangia un biscottino a forma di conchiglia – di qualcosa di antico, capendo che sì: a volte succede, a volte ci si paralizza e non basta la razionalità altrui per muovere un solo passo con le proprie gambe.

E quel dolore lì, che è di una donna ma è universale, von Trier lo sa raccontare bene davvero.

È il dolore che impone una scelta all’Alfieri: tirannicidio o suicidio, solo che la vittima e il tiranno sei sempre tu, e questo è un problema.

Così arriva la seconda parte, quella che distrugge l’umanità. Sul serio.

Una catastrofe annunciata, cui non tutti credono. Così razionali, prodighi di consigli ma anche di giudizi davanti alla debolezza della nostra adorata, sono messi alla prova da qualcosa di più grande: la versione tangibile di ciò che la sposa Kirsten Dunst non può descrivere ma solo subire.

Se in Antichrist la distanza era tra i sessi, qui diventa tra umani: infinita e dolorosa a chiarire, più che mai, che quando si muore, si muore soli, come diceva uno che non è Puccini, e non serve nemmeno che il pianeta Melancholia si schianti sulla terra.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Film per bambini, pretese da grandi

Io sono una di quelle persone lì, che pretendono che un film per bambini sia maturo; che non sia poi veramente per i piccoli, insomma.

E non parlo di quella profondità per cui i valori accomunano grandi e piccini. Io voglio proprio che Winnie the Pooh mi piaccia come mi piace Toni Servillo.

Se questo non succede, non sono capace di giudicare il film come inadatto alla mia età, per me è semplicemente brutto.

Ovviamente, qualsiasi starnuto di Miyazaki mi piace esattamente come mi piace Servillo, come mi piace Bette Davis, come mi piace Sean – sono già nuda – Penn. Ma nonno Hayao è uno su un milione.

Di recente ho visto due film molto per bambini, uno l’ho scelto perché mi era piaciuto il capitolo precedente e l’altro perché è ambientato a Londra.

Una notte al museo 3 e Paddington.

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Due motivazioni più che sufficienti.
La prima Notte al museo mi era molto piaciuta, dell’esistenza della seconda non devo essermi neppure accorta e sono arrivata direttamente alla terza.
Qualsiasi film, o serie tv, proveniente dall’Inghilterra ha automaticamente il mio favore: mi piace l’accento, mi piace lo stile.

Il film con Ben Stiller non cambia molto le carte: stanno al museo, il fatto che le cose esposte si animino la notte è ormai normale, il testone di Pasqua non ci delude e dice “dum-dum”.
Tutto molto bello poi c’è l’intoppo che rischia di non far più risvegliare le statue, allora tocca andare al British Museum per risolvere, ovviamente risolvono, tanta felicità.

A parte discreti problemi di coerenza, per cui la sospensione dell’incredulità viene messa a dura prova, il difetto fondamentale di questo film sta nelle ripetizioni: ci sono degli sketch troppo lunghi in cui i personaggi ripetono per tutto il tempo la stessa azione, quasi un copia incolla, come quando Peter Griffin non smette più di ridere, tipo.
Ecco, questo è noiosissimo e, non so, magari corrisponde al “bubu settete!” che si fa ai bambini, ma Senti chi parla dovrebbe averci insegnato che è una cosa cretina.
I nostri eroi, come ho detto, finiscono a Londra – cosa che non sapevo prima di vederlo, altrimenti ci sarei rimasta ancora più male – lì pure, ovviamente, le cose esposte al museo prendono vita, però sono tutte cattive e vengono combattute, spesso distrutte.
Anche se non ci si fosse messo di mezzo il Califfato islamico, a distruggere opere d’arte, non avrei vissuto comunque bene una scena del genere, mi sembra anzi proprio sgradevole. Credo che neanche i bambini più piccoli abbiano bisogno di tutto questo slapstick di colpi maldestri per ridere.

E poi, insomma, hai il British Museum a disposizione e non ti viene in mente niente di meglio che rompere cose?

Unico pregio: Hugh Jackman che appare per pochissimi minuti nei panni di se stesso, e chi non vuole bene a Ugo non è amico mio.

Poi è arrivato Paddington, l’orsetto educato.
Non amo moltissimo i pupazzoni, recentemente ho visto Nel paese delle creature selvagge e i mostri trasferiti dalla bella pagina illustrata al live action mi facevano tutti abbastanza impressione, pure un po’ schifo.
Non solo Paddington è un pupazzone, ma è pure orso e io non sopporto gli animali con le orecchie piccole, ma siccome dal Perù va a vivere a Londra, gli ho dato una meritatissima possibilità.
Intanto è un orso col montgomery, il che mi sembra già un validissimo motivo per volergli bene.
E potrebbe essere muto, il film, ma è una gioia assoluta per gli occhi.
Ogni scena ambientata nella casa in cui l’orsetto va a vivere è fatta come un diorama e vorresti essere lì a giocare, a far parte del tableau.


La storia ha anche un suo sviluppo gradevole con una cattivissima Nicole Kidman col caschetto biondo che vuole impagliare l’orso, naturalmente senza riuscirci.

Questo mi rimanda a un altro film per bambini, Pirati! Briganti da strapazzo, in cui il cattivo, si fa per dire, è Charles Darwin che vuole mettere le mani sul pappagallo ciccione di un pirata scarso. L’uccello è in realtà l’ultimo dodo rimasto.

Non è Il settimo sigillo, ma è un buon film da dopopranzo… e il fatto che pure sia britannico è, giuro, solamente un caso.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

50 sfumature di spoiler: rovinare il libro per colpire il film (che non ho visto)

Spoiler di un film che non ho visto
però ho letto il libro
i libri
tutti e tre
proprio quelli
le Cinquanta sfumature.

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Potrei dirvi di averlo fatto per il lol, ma non è vero.
Ero semplicemente curiosa come una scimmia.
E che scusa hai per il secondo e il terzo volume?
Nessuna.

Credo che non serva planare come rondoni dalle vette del Delta di venere per rendersi conto che con le Sfumature ci si sta schiantando al suolo.

Ho letto, ed ecco perché ne parlo qui, che l’autrice, E.L. James, non è soddisfatta del film e che al prossimo giro sarà più presente sul set.

Ma di cosa non sei soddisfatta, cosa, E.L. James? Qualsiasi modifica sia stata fatta alla tua storia, non può aver portato altro che un miglioramento.

Carico di concetti talmente semplici da poter essere letto in un giorno e mezzo, Cinquanta sfumature di grigio ha avuto per me il fascino del gatto morto e non son stata capace di smettere di guardare, anzi leggere. Il secondo l’ho letto perché volevo vedere se peggiorava, e peggiorava, il terzo perché sono cretina, e peggiorava ancora.

Io non so come sia il film, ma è del tutto evidente che il libro sia nato con la volontà di finire al cinema.
La storia è facile: lei si chiama Ana, non scherzo, e fa il mio lavoro dei sogni, cioè vende brugole e vernici.
Proprio come me, un giorno le tocca fare la giornalista pur non essendolo e va a intervistare uno giovane, bellissimo, ricchissimo, coltissimo, intelligentissimo… io ho intervistato Scamarcio, per dire l’abisso, e non mi ha manco guardato languido.

Com’è come non è, lui scopre che lei lavora al Brico e va a comprare fascette stringicavo e lei pensa ma, dovrà tener su il potus… e invece no.

In tutto questo lei è vergine e non sa usare un computer, manco ce l’ha: glielo presta la coinquilina e lei lo trova già acceso e aperto su word, dove suppongo scriva in Comic Sans.

Nessun problema, ci pensa lui che le compra tutti i prodotti Apple in circolazione e nel dubbio anche un Blackberry.

E direi che questo è un passaggio fondamentale, per due motivi.

– I direttori commerciali di Apple, Blackberry, Audi, Twinings in fila davanti alla porta dell’autrice, ciascuno con una carriola di monete d’oro: salve questa è la carriola questa è la marchetta, grazie arrivederci.

– Le pagine e pagine di mail scambiate dai due protagonisti, tutte con intestazione e piè di pagina.

Ed ecco come si riempie un libro grossissimo.

Finalmente fanno cose, le fanno “alla vaniglia” che poi vuol dire noiose, poi lui le dice c’ho le fruste di Moira Orfei e lei dice vabbè frustami, lui lo fa, lei piange, lo molla, finito il film, anzi il libro – che chiaramente vi voglio rovinare sperando di rovinare pure il film.

Promette di essere erotico invece non succede niente che non succeda, che so, nella Casa nella prateria.

Il secondo libro è tutto incentrato sul fatto che tornano insieme; tu pensi dopo mesi, anni… no: dopo cinque giorni.
Ma lui è traumatizzato e le chiede di sposarlo e la fa seguire dalla guardia del corpo e si compra la casa editrice in cui lei va a lavorare, tutto per essere sicuro di non essere mollato di nuovo.
Il sesso è sempre alla vaniglia, cambiano solo le location, e lei passa tutte le quasi 700 (settecento) pagine a dirsi che non è giusto che lui la mantenga, le paghi cene, viaggi e vestiti e palestra e parrucchiere; ma è talmente distratta dai suoi pensieri di suffragetta che non si accorge che per 700 pagine lui paga cene, viaggi, vestiti, palestra e parrucchiere.
Verso la fine riprovano con le frustate e le piace un po’ di più, quindi si sposano.

Il terzo, amici, diventa un noir con tanto di cattivo, rapimento e inseguimenti.
La cosa non migliora in alcun modo la storia. Lei, per lo meno, si dimostra pronta a fare robe più estreme ma lui neanche tanto, tipo: ma come! Grazie all’amore per te mi sto disintossicando dalle manie sadiche e tu adesso c’hai i pruriti?
Però lei è persuasiva e molto elegantemente l’ultimo libro si chiude coi due, genitori di un bambino e con un altro in arrivo, che fanno cose con tanto di scudiscio.

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Non so quanto il film sia fedele al libro e non so quindi che cosa vi ho rovinato, spero tutto, ma non è un problema mio. Credo di potermi riscattare ricordando che la nostra protagonista, che racconta la sua favola in prima persona, chiama “lì” qualsiasi area sotto l’ombelico. Lei non usa altre parole, lei dice “Mi tocca lì” per tre libri interi e quando l’area si fa più estesa, fronte e retro, lei continua a dire “lì” ed ecco… mi sembra confuso pure mister Grey.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

Bette Davis o Apologia della zitella

Perdutamente tua, The old maid, Che fine ha fatto Baby Jane.

Tre modi di essere zitella.

Una sola, immensa, Bette Davis.

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Mi piacerebbe dire che non ha bisogno di presentazioni, Betty, ma temo che, nata nel 1908 e morta nel 1989, a qualcuno possa essere sfuggita.

Come al solito, per i dettagli non avete bisogno di me: se state leggendo siete in rete e se siete in rete potete assumervi l’impegno minimo di una ricerca su Google.

Era considerata brutta e allora non la scritturavano, ma era bravissima e alla fine ha vinto lei, in tutti i sensi, come dimostrano undici nomination e due premi Oscar.
Brutta, poi, non era davvero ma particolare, quello sì.
E lo so che particolare si dice della tizia con cui vogliono farvi uscire per un appuntamento al buio.
E lo so di norma che cosa significa… ma Bette, ecco, tornate su Google e vedete voi.

Credo abbia recitato in un centinaio di film e i ruoli in cui alla fine si ritrova senza un uomo sono più di tre ma questi sono i più significativi.

Sia chiaro: non è mia intenzione sostenere che la normalità della vita sia sposarsi e figliare e l’eccezione sia una fine solitaria; è però una costante di molta cinematografia, così il fatto che questi tre film ribaltino la situazione mi pare interessante.

The old maid, 1939, la trama secondo Wikipedia: Due cugine amano lo stesso uomo che muore in guerra. Una delle due si ritrova con una figlia illegittima, l’altra la soccorrerà adottando la piccola, e la vera madre si rassegnerà a fare la zia.

Ovviamente, the old maid, la vecchia zia zitella, è la nostra Betty, per un drammone one one in cui la figlia è antipaticissima e ingrata e Bette è cupa e infelice, e vorrei vedere!

Questo è il primo modo di rimanere sole: adeguandosi alle circostanze e costrette da una cappa di dolore. Non mi sento di consigliarvelo.

Che fine ha fatto Baby Jane, 1962, la trama secondo me: ex bambina prodigio, danzerina e canterina, tipo quelli de Il volo ma meno inquietante, la piccola Jane non cresce mai. Invecchia ma rimane incastrata nel ricordo della fama di un tempo, e incastrata in una casa in cui è costretta ad accudire la sorella paraplegica. L’ossessione per il successo infantile si fa perversione e le cure alla sorella diventano un gioco sadico portato fino alle estreme conseguenze… brutta cosa, la vecchiaia, dicono, facciamo che non vi consiglio neppure questa fine, ecco. Ma il film ve lo consiglio eccome! ché è un capolavoro totale, per trama, tensione psicologica, gestione del grottesco e interpretazione.

Perdutamente tua, 1942: figlia bruttina, nubile e attempata di madre intransigente e rompicoglioni a un certo punto si sveglia, compra vestiti nuovi, si rifà le sopracciglia e se ne va in crociera dove conosce un uomo che però è impegnato. Torna a casa, sfancula la madre e continua a uscire col tizio della crociera ma alla fine lo molla perché non è giusto stare insieme. “Non chiediamo la luna, quando abbiamo già le stelle”, gli dice, bellissima con le sue sopracciglia nuove e i vestiti eleganti, e lui è d’accordo.

Ecco questo è il mio ideale. Ho già avuto occasione di dichiararlo: Perdutamente tua è la dimostrazione che anche quando da brutto anatroccolo sbocci e sei capace di migliorarti esteticamente e intellettualmente, sempre sola poi finisci, ma lo decidi tu.

Sarà che a me quella cosa dei fustini non m’ha mai convinto… però, ecco, anche a me piacciono le stelle.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
Ho anche un blog di cucina coerente, La Luisona e la Madeleine.

… e grazie per tutto il pesce

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California.

Una coppia divorziata che, dopo una drammatica vicenda che l’ha vista coinvolta, si ritrova.
La famiglia riunita, un nuovo inizio.
Ma lui ha ancora dei fantasmi che arrivano dal passato. Anzi da New York.
Tornano lì, in aereo, ma una tempesta costringe i piloti a un atterraggio di emergenza, metà dei passeggeri muore, lei perde una mano. Lui le sta accanto, in ospedale. Si amano.
Ma qualcosa di grave, più grosso di loro, incontrollabile, è nell’aria. Lei sa che lui deve andare, deve risolvere i conti in sospeso col passato: un cognato con cui non parla da vent’anni, con grande dolore della sorella; un vecchio amore, pure, che lui credeva sopito per sempre.
Lui deve andare, e mettere in salvo i suoi cari, nella Grande Mela.
La sorella è in visita alla Statua della Libertà, il cognato a una partita di Baseball.
La tempesta è tutta intorno.
Avvisa la sorella che corre al primo traghetto con la figlia e alcune amiche.
Poi il nostro corre allo stadio e mette in salvo il cognato, con l’altro figlio e dei vecchi compagni di liceo: c’è anche lei, la sua antica fiamma. C’è un bacio ma lui non può, lui è tornato con sua moglie.
Non c’è tempo per altro, la tempesta è in arrivo, il traghetto corre sull’acqua ma una delle donne non sopravvive.
Sulla terraferma tutti fuggono dallo stadio e si riversano nella metropolitana. Gli operai che lavorano perché questa non si allaghi muoiono divorati dal fenomeno in atto.

Così se ne vanno i primi cinquanta minuti di un film in cui la mano della moglie del protagonista e gran parte dell’equipaggio e dei passeggeri dell’aereo sono divorati da squali, in una tempesta di squali, Sharknado, l’ho fatto ancora.

Il primo era un normale film brutto sui grossi pesci, il secondo è un capolavoro. Come un buon porno, è onesto e cavalca il proprio genere esagerando tutto.

La testa della Statua della Libertà decolla, è il caso di dirlo, e rotola per le strade di Manhattan, ce l’ha portata la tempesta, anzi: una “tromba marina coi denti”, lo dicono davvero.
Gli operai che lavorano alla metro se li mangia un coccodrillo, il coccodrillo se lo mangia uno squalo.

Fin, il nostro protagonista, deve salvare la città, ma non ci sono armi nella Mela, sono proibite. Lo spirito americano è forte e in perfetto mood DIY fionde e lanciafiamme sono il frutto di grossi elastici e pistole ad acqua… vuoi poi non trovare una spada medievale dall’antiquario.
Mancano otto minuti all’impatto definitivo della tempesta, ma c’è ancora tempo per una scenata di gelosia della moglie “mono-mano” a Fin, quando lei scorge la vecchia fiamma tra la folla.
Immancabile lieto fine e, a eliminare l’altra donna, ci pensa uno squalo.

Mono-mano, ho detto, ma il DIY è di famiglia e con tempi di recupero che Alex Zanardi, chi sei, levati, la moglie sostituisce l’arto con una sega circolare – un po’ il mio sogno: sostituire la mano destra con un minipimer.

Le seghe, pare, sono di famiglia: anche Fin ritrova l’amica motosega del primo film e – CTRL C, CTRL V – rientra e riesce da uno squalo, come nel volume 1.

Lo ritroviamo in volo nella tromba d’aria. Come farà il nostro a non schiantarsi a terra!
Presto detto e presto fatto: appare una catena nell’aere, gli squali abbondano; seghe, nel senso di fai da te, quanto ne vuoi… basta cavalcare uno squalo e fare redini della catena.

Tutto è bene quel che finisce bene, Fin atterra sul tetto di un grattacielo, lì lo aspetta la moglie ma, finita la tempesta, odo squali far festa o, meglio, piovere dal cielo.
Fortuna vuole che un pescione ucciso poco prima dalla moglie con la sua nuova mano a motore avesse appena mangiato, e non digerito, il braccio di una donna che portava una pistola e un brillocco all’anulare.
Sei colpi sufficienti a uccidere gli squali in caduta e l’anello – il braccio non serve più e viene finemente lanciato – è perfetto per una proposta di seconde nozze, romanticissimo insomma.

Un film che supera senza se e senza ma il primo. Nulla batte un film brutto che non sa di esserlo, ma la totale, onesta e consapevole bruttezza di questa pellicola è in grado di toccare i cuori più duri, non foss’altro per la riesumazione di Ian Ziering.
E con la presenza di Mark McGrath degli Sugar Ray: negli anni novanta idolo delle ragazzine, oggi con tutta evidenza idolo dei chirurghi plastici.
Colonna sonora molto Ramones ma con testi più profondi: shark shark shark sharknadoooooo.

Non temerò più gli squali in spiaggia, ne avrò paura anche in città e in campagna.
E insomma… io aspetto il terzo.

Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
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Storie pazzesche

pazzesche

Non è Almodovar, ma sembra spagnolo.
Invece è argentino.
Però Almodovar c’entra, ché l’ha prodotto col fratello.
Ma queste cose ve le dice l’internet.
Sembra spagnolo per il gusto del tragico e del grottesco, quello alla Seneca, che era spagnolo e riscriveva le tragedie greche, ma più pulp.

Sono abbastanza convinta che la gran parte dei film sia fruibile da divano, con schermo medio piccolo, e pure da PC, senza vergogna.
Fanno eccezione le pellicole d’azione, dove le immagini coprono ciò che non sempre è raggiunto dai contenuti.

Questo, però, è un film che trova il suo senso soprattutto se visto al cinema, spiegherò poi il perché.

Diviso in episodi, scollegati e di lunghezza diversa, più o meno riusciti, il fil rouge è la vendetta: a lungo covata o casuale e fortuita, frutto di lunga frustrazione o immediata reazione a un evento particolare.
La sposa che scopre nel giorno delle nozze i tradimenti del marito; l’uomo cui i vigili fanno rimuovere più volte la macchina; l’automobilista lento – ma grossissimo – insultato da quello alla guida di un’auto potente, tra gli altri, hanno tutti una ragione per reagire.

Ma è una buona ragione?
Il film esaspera tanto gli eventi, mostra così bene e così senza giudizio lo sviluppo delle vendette e, a volte, delle contro-vendette che non si sa più da che parte stare, il pubblico non lo sa più e questa è stata la mia cosa preferita.

Osservare gli spettatori in sala, vedere come bastasse una scena appena comica per considerare con benevolenza la vendetta più truce e come nemmeno un minuto dopo la reazione dell’attore sullo schermo spostasse “il tifo” da un’altra parte, è valso il prezzo del biglietto.

Indignazione e riso si alternavano velocissimi; e io scoprivo quanto poco durasse l’effetto di un’emozione e capivo, una volta di più, che la gente non ha la memoria corta, ma cortissima ed è così che perdona tutto e… ed è l’alternanza, bellezza.

Troppo tardi, ormai, per vedere il film al cinema; un po’ forzato il cineforum a casa. Probabilmente l’esperimento può essere comunque rivolto a se stessi: quanto sono solidi i miei principi? Quanto sono capace di prendere una posizione e mantenerla? Che cosa è in grado di farmi cambiare idea?

Un film sul bianco e sul nero, che non esistono.
Ma neppure il grigio esiste: esistono solo il bianchissimo e il nerissimo, certezze che durano, fortissime, al massimo un secondo.

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Chiara

Ho studiato storia dell’arte per il solo gusto di correggere i refusi sui libri. Cucino e mangio molto. Scrivo, perché parlare ininterrottamente non mi bastava.
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