accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Rumore di fondo

Ciao internet! (cit.)

Oggi volevo parlarvi di rumore di fondo sui social. Questa mattina ho dato uno sguardo alla nuova sezione “Explore feed” di facebook, zona che il nostro amico Mark ha creato appositamente per farci conoscere nuove cose in arrivo da nuove pagine che ancora non seguiamo: di fatto un ricettacolo dei post più virali del momento, cioè merda o intrattenimento puro di cui, a mio avviso, non c’era proprio alcun bisogno.

Una merda che oscura le discussioni intelligenti generando unicamente “echo chambers”, “flame” e viralità gratuita.

(dare uno sguardo a questo disegnino se non capite di cosa sto parlando)

Bene, sono riuscito a divagare dopo due righe.

Dicevamo: nell’explorare il feed dellammerda, mi sono imbattuto in questo screenshot, condiviso da una pagina il cui nome suggerisce grande cultura, ma che incarna perfettamente uno dei meccanismi più in voga del momento: il commento-fake-censurato-che-diventa-vero.

Non avete capito come funziona? Facilissimo:

  1. un utente fake piazza un commento paradossale su una pagina, in pochi se ne accorgono e commentano in massa.
  2. L’admin di una pagina screenshotta il post scritto dall’utente fake, censura il nome e lo ripubblica, strafottendosene del fatto che sia vero o meno.
  3. Il post censurato viene condiviso e commentato in massa da persone che non potendo risalire all’autore, lo prendono per vero.
  4. Si discute per ore sul niente assoluto.

Il post originale, non censurato è questo qua (se non lo rimuovono lo trovate QUI)

Duecentrotrentotto like, 34 commenti e 30 share in un’ora sulla pagina che ha condiviso lo screenshot, 78 like, 356 commenti nel post originale sono un eccellente bottino per un post palesemente fake, creato ad hoc per scimmiottare i boccaloni di internet.

(La fotoprofilo di “Mario Nanni” inoltre è un volto noto di una pubblicità di parrucchini.)

Perché racconto questo? Per ragionare attorno a un tema interessante, cioè quello del valore dei like e delle condivisioni nel posizionamento dei contenuti: attraverso lo stratagemma del riquadretto colorato che censura il nome (non mi direte mica che credete ancora a tutti gli screenshot censurati che trovate a tema pancine, vegani impazziti, terrapiattisti etc) oggi diventano “virali” tantissimi post creati ad arte: post che ci rubano spazio e tempo e che se da un lato lasciano credere di essere circondati da mandrie di veri deficienti più di quanto non sia in realtà, dall’altro offrono ai veri deficienti la possibilità di commentare da un piedistallo di pastafrolla, lasciando loro la convinzione di essere migliori di deficienti finti creati appositamente per adescare le mandrie, che condividendo e commentando in massa intaseranno l'”Explore feed” con contenuti di infimo livello.

Bene. È questo il social che vogliamo? Quali conseguenze arriveranno con tutto questo rumore di fondo? Esiste un altro modo per far emergere i contenuti di qualità? Non vi sentite idioti a sentirvi migliori di un fake? Davvero vi piace così tanto ridere degli altri? Non siete stufi? Io un pochino sì.

 

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Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Fissazioni non filtrate.

Odiare le fissazioni degli altri è facilissimo.
Come bere un bicchiere d’acqua.
No, più facile.
Un bicchiere di birra.
Con le tue però è più difficile.
Le mie, io, non le vedo.
Anzi le vedo, ma le vedo male.
Come quando hai bevuto 3 bicchieri di birra.
Da un litro.
-Boccali si chiamano.
Sì, va bene, ma non essere puntiglioso.
-Hai ragione. Ma il concetto è che io voglio vedermi con gli occhi degli altri.
E chiediglielo.
-Cosa?
(Poba!) Cos’hai di odioso.
-A chi?
Agli altri!
-Ma gli altri non mi piacciono.
E allora cosa te ne frega di sapere come ti vedono?
-Ma perché non la smetti?
Di fare?
-Di farmi domande.
Una birra la vuoi?
-Ecco, questa mi piace.
Chi?
-la domanda.
Ah. Pensavo la pivella che abbiamo davanti.
-Ebbà. Puzzidda. Ma l’hai vista? Cc’ha proporzioni tutte strane tra l’attaccatura dei capelli e le sopracciglia… poi quando ride le vengono le narici triangolari.
Ma se è un pisciotto?
-Zero. Poi è vegana. Sicuro vegana. Guà com’è vestita. Hipster e vegana. Un castoro attaccato ai coglioni. Te la immagini a cena?
Dopo cena me la immagino.
-D’estate non fa a parlare con te. Stai fisso pensando a coricare.
Birra?
– Eia, che è finita. Ordina l’icchinusa nuova, quella con la bottiglia a forma di bombola del gas che così poi mettiamo la foto su facebook con l’hashtag #icchinusa #sumellusu e i puristi s’incazzano.

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Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

/ em·pa·tì·a / …selettiva.

empathy

Essere empatici è una cosa bellissima, ma, diciamocelo, è anche una sfiga rara. In pochi però riescono ad essere veramente empatici. Fortunatamente (per loro) e sfortunatamente (per tutti gli altri) tanti di quelli che si dichiarano fortemente empatici, confondono questa caratteristica con la sua cugina sfigata: l’ “Empatia selettiva”.

Empatia selettiva è quando riesci a immedesimarti nello stato d’animo degli altri solo quando è uguale al tuo stato d’animo.

E un bel grazie al cazzo ce lo vogliamo mettere?

C’è forse da vantarsi di una roba così? Ecco. No.

#NO.

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Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Siamo zingari di merda?

zingari

“I pellerossa sono stati invasi e hanno combattuto con fierezza, per questo non potevano che perdere contro un nemico e una civiltà tanto più potenti di loro. Gli zingari sono gli invasori che non combattono. Per questo non perderanno. Non perderanno più di quanto non perderemo alla fine tutti quanti.”

*****

Siamo zingari di merda? Per dio, no. Noi siamo persone per bene. Perché noi siamo nel giusto, siamo quelli che possono condannare, e guai a cambiare punto di vista, guai a farsi delle domande che rischiano di minare la solidità della nostra opinione.  Siamo quelli che bastano due minuti per scegliere da quale parte stare. La parte più comoda, è chiaro. Senza guardare, che guardare è faticoso. Senza scostarci dall’opinione delle persone con cui andiamo a bere lo spritz il venerdì sera, mentre annoiati chiacchieriamo dell’ultimo spettacolo teatrale a cui siamo stati: “Che sensibilità, che raffinatezza.” –  “Ma l’hai visto il video di quei pezzi di merda della LIDL?” – Non sono uomini, sono mostri. Mi fanno vergognare di essere un uomo. “Chiuderei loro in una gabbia. Altroché. Spero che li licenzino e che vengano condannati per sequestro di persona.”

Da “Zingari di merda” – Antonio Moresco (2008)

Gli zingari sono la parte più miserabile e più irriducibile di questo fiume. La loro economia subalterna e parassitaria si modella su ogni più piccola piega dell’economia dominante, legale e illegale, riciclo e rivendita di materiali scartati, piccoli lavori regolari, accattonaggio, furti, prostituzione, spaccio… Eppure, nonostante questo, gli zingari non hanno costruito una forte struttura criminale gestita da loro stessi, come hanno fatto altre popolazioni migranti, i siciliani con la mafia, gli albanesi, i cinesi… pur avendo come pochi altri mobilità, duttilità e imprendibilità. Perché non hanno dietro di sé stati, strutture politiche ed economiche su cui incernierare le loro organizzazioni, per il loro individualismo e il loro fatalismo. Nella grande maggioranza sono poveri ed emarginati dal resto della popolazione qui quasi come in Italia, però almeno in Italia si trovano ad avere attorno a sé una società e un’economia più ricche, da cui poter ricavare qualcosa di più. In una giornata di accattonaggio in Italia, ad esempio, una donna zingara porta a casa in media circa trenta euro, il triplo dello stipendio medio di un operaio qui a Slatina. Intanto i mariti e i figli si aggiustano con lavori sottopagati nell’edilizia, nei magazzini, nelle stalle, nelle campagne, in qualche caso con piccoli furti, spaccio, prostituzione, in casi rari con qualcosa di ancora più abietto. Ne parliamo io e Giovanni, di sera. Perché persino tra i rifugiati della Snia, in mezzo agli zingari che lottavano al buio, con le unghie e coi denti, per strappare una ragazza alla prostituzione, contro altri corpi venuti a rapirla, c’era anche qualcun altro, ragazza e ragazzo, che si prostituiva. Persino genitori che vendevano il corpo del proprio bambino di sette, otto anni ai pedofili, come carne da macello gettata in pasto ai cannibali adulti del paese più ricco, che così non hanno neanche più bisogno di prendere gli aerei e di andare a profanare e a mangiare i bambini e le bambine nel Sud-est asiatico. “Mi viene in mente una cosa che mi ha lasciato una strana impressione” dico a Giovanni “Quando sono venuto la seconda volta alla Snia, se ti ricordi, dopo la prima demolizione, c’è stato uno zingaro, scuro di pelle come un indiano, che quando ci ha visto passare per il vialetto pieno di baracchine, topi morti schiacciati, poltrone sbudellate recuperate dalle discariche e mucchi di immondizie, ha insistito perché entrassimo anche nel rudere semidemolito dove viveva con la sua famiglia. Noi gli abbiamo detto che lo avremmo fatto dopo essere passati da un altro paio di baracchine. Quando poi siamo passati anche da lui, e siamo entrati dentro il suo misero rudere liberato con cura dalle macerie e dai calcinacci, abbiamo visto che, al centro della scena, c’era un bambino nudo dentro una tinozza di metallo piena d’acqua portata lì con le taniche dalla fontanella del cimitero. Qualcosa in quella scena mi aveva colpito. Il bambino sembrava non poterne più di stare nudo lì dentro, protestava, si lamentava. Il padre gli ordinava di stare nella tinozza, mentre noi lì vicino parlavamo seduti su delle poltroncine e delle seggiole scalcagnate e bevevamo il caffè e la CocaCola che ci avevano offerto. Alla fine al bambino è stato permesso di uscire dalla tinozza. Lo hanno asciugato ben bene con un asciugamano ed è scappato via. Dopo quella dimostrazione, il padre ci ha tenuto a dire che loro erano puliti, che andavano sempre a prendere l’acqua, che si lavavano. Erano tutti particolarmente gentili, cerimoniosi. Scusa, Giovanni, ma per un momento mi è venuto da pensare che ci avessero appena mostrato la merce… Per cui poco fa, quando mi hai parlato di uno di loro che vende il bambino ai pedofili…” Giovanni abbassa gli occhi. “Sì, potrebbe essere proprio lui.” Restiamo in silenzio per qualche istante. Poi Giovanni mi parla del suo disagio perché adesso sa questa cosa, di gente che offre forti cifre a questi miserabili perché gli diano in pasto il bambino e di questi che non sanno resistere e accettano, e non sa come fare, se continuare ad aiutare anche chi si comporta in questo modo oppure no. La telefonata che ha ricevuto poco fa sul cellulare era proprio della madre di quel bambino, gli chiedeva se era già riuscito a trovare per loro una casa a Pavia. Io mi ero accorto che Giovanni rispondeva in modo laconico, spazientito. “Ho persino litigato con un paio di persone” mi dice “che sono arrivate a darmi del razzista perché facevo queste distinzioni. Loro giustificano tutto con la povertà, la miseria, il bisogno, sembra che la cosa non gli faccia in fondo né caldo né freddo, che gli vada bene…” “Ma sì, perché l’hanno ficcata dentro un sistema di idee, che li mette al sicuro dall’orrore e dal male, che gli fa comodo, che alimenta la loro falsa coscienza. Sono degli scellerati anche loro, con tutte le loro coperture ideologiche e politiche, non si rendono conto che così facendo sono anche loro complici di questa profanazione e di questa carneficina. Scusa, Giovanni, ma io su queste cose non ragiono, non riesco ad accettare o a inventarmi delle relativizzazioni e delle giustificazioni. Riesco a capire lo sconfinamento nella piccola criminalità per chi vive dentro questo cerchio infinito di marginalità e di persecuzione, ma chi vende e fa strazio del corpo e della persona del proprio figlio bambino e lo dà in pasto a questi bravi e luridi cittadini, magari di giorno anche loro razzisti e xenofobi come si conviene ma che poi di notte si aggirano attorno a questi ruderi subumani con il portafoglio pieno di soldi e la lingua fuori, io questo non lo giustifico, non lo accetto. Neanche la povertà, la miseria me lo rende accettabile, perché anche tra i miserabili, sempre, in ogni situazione, in ogni epoca, c’è chi fa queste cose e chi non le fa, e se io non voglio vedere questo schiaccio e uccido ogni differenza, non riesco a cogliere la disperata forza della vita nel suo movimento verso la luce e la sua tragica libertà. Queste coperture ideologiche di chi fa della miseria una causa, un indistinto, un feticcio, di chi vuole vedere come unico motivo di tanta abiezione la sola condizione economica e ambientale e che si rifiuta di vedere e patire questa carneficina, a me fanno orrore. Perché anche in queste catene di tragedie e abiezioni sociali e ambientali c’è chi porta sulle proprie spalle più di ogni altro il peso di tutto. In questo caso è quel bambino, e io sono completamente e visceralmente dalla sua parte. È quel bambino che porta la croce per tutti, per quegli animali che gli sfondano il culo, per i suoi scellerati parenti e per tutti noi. Così come ci sono in Italia trentamila ragazze rumene, delle quali il cinquanta per cento bambine, tenute schiave da criminali rumeni foraggiati dai maschi italiani con almeno duecento milioni di euro all’anno. E non riuscire a vedere queste cose, stare con la testa in un rassicurante bozzolo ideologico o sociologico di omertà razionalizzata e di mala fede e non riuscire a distinguere chi regge il peso di tutto questo sul proprio piccolo corpo ti rende complice di questo orrore.” Tutto è mosso. Se si va vicino, molto vicino a tutta questa disperazione e a questa ferita, si vede che è tutto mosso, che ci sono le oscurità e le luci, le persone diverse ciascuna chiusa nel proprio involucro di carne, le singole vite, che persino sui bordi di questa piaga tutto si divincola e brulica, come i microrganismi e le cellule che combattono alla cieca per la propria esistenza e salvezza fin dentro il cuore della materia infettata. Niente è fermo. Nell’indistinto ogni cosa si muove. C’è qualcosa, da una parte e dall’altra, dalla parte degli zingari e da quella degli altri e persino dei nemici degli zingari, che non sta mai fermo, si muove. Non bisogna nascondersi una parte della verità per far andare a posto le cose.

*****

Da noi alcuni si fermano, altri no. Alcuni trovano un lavoro e si adattano a farlo, mandano i bambini a scuola. Altri no. Continuano a spostarsi, a vivere di espedienti, rimangono irriducibilmente zingari nella testa. Mi hai detto che in Italia ci sono circa centomila zingari, l’ottanta per cento di nazionalità italiana. I passaggi non sono mai netti. C’è una compresenza di diversi modi di vivere, quello precedente e quello dettato dalla necessità di aderire alla situazione attuale, sono come quegli animali che conservano nel loro corpo organi di una specie e altri di un’altra. Si spingono in zone più ricche dove si installano con le loro piccole economie parassitarie, trovano delle persone buone come te che non riescono a tollerare la vista di una simile miseria e degrado e li aiutano, fanno delle battaglie civili per loro, accettano di vivere come nessun altro riuscirebbe a vivere però vanno avanti, con la loro irresistibile potenza riproduttiva gettata geneticamente allo sbaraglio, con la loro irriducibile e misteriosa identità. L’esistenza, ancora oggi, di un simile popolo non si spiega solo con i meccanismi economici. Ci sono strutture precedenti che non si sciolgono dentro l’acido totalizzante dell’economia e dell’influenza ambientale. Nella presenza degli zingari c’è qualcosa che non è spiegabile secondo i soli parametri economici e sociali e che affiora da strutture precedenti che non si sono diluite del tutto, che questo strano, inspiegabile popolo ha conservato in sé attraverso il tempo e lo spazio. Ti devo dire sinceramente come la penso. Noi facciamo bene a raccogliere informazioni economiche, sociali. Aiutano molto a capire. Ma non sono tutto. Non sono sufficienti per farci capire fino in fondo l’esistenza di questo popolo infinitamente duttile e mobile, ma che nello stesso tempo si muove in ogni paese e in ogni continente come l’olio nell’acqua. Fai bene a lottare perché abbiano uguali diritti e uguali doveri, ma nello stesso tempo bisogna rispettare e accettare la loro diversità e inspiegabilità, altrimenti è solo una forma di paternalismo che vorrebbe assimilare ogni cosa, rendere anche questo popolo uguale a noi, visti come la misura e il modello di tutte le cose. Attorno agli zingari, da una parte e dall’altra, c’è molta demagogia, feticismo, proprio perché la loro diversità crea problema, quando non addirittura spavento. Questo popolo senza una tradizione scritta, senza uno stato, senza un esercito, che sembra uscire dal nulla, diviso in mille rivoli e per niente solidale e unito ma che mantiene a dispetto di tutto i suoi tratti inconfondibili. C’è chi ne fa un feticcio negativo e ne vede solo il male, i mendicanti, i parassiti, i ladri, gli anti-sociali, i devianti, gli incontrollabili, preda di paure dove sembrano riaffiorare le prime laceranti e feroci divisioni tra i nomadi e i sedentari, tra i popoli che vivevano di caccia e quelli che hanno cominciato a praticare l’agricoltura, che hanno spaccato il genere umano per lungo tempo e da cui sono nate le nostre civiltà. Le risposte che danno alle loro paure, ai loro terrori sono, oltre che inaccettabili e odiose, stupide, miopi, sbagliate. Eppure rivelano una percezione primordiale che coglie un aspetto intimo che altri si rifiutano o non sono in grado di cogliere: che non si tratta di semplici spostamenti di piccoli gruppi trascinati qua e là dal mercato del lavoro ma di vere e proprie migrazioni, delle prime avvisaglie di migrazioni infinitamente più grandi che avverranno con ogni probabilità nel futuro come conseguenza degli incorreggibili meccanismi economici e politici umani e dei probabili disastri naturali che ci aspettano. E credono che i loro stupidi, miopi ostracismi li metteranno al sicuro da tutto questo. E poi c’è chi, altrettanto stupidamente, ne fa un feticcio positivo e una caricatura di segno opposto: gli zingari felici, con la loro libertà e i loro stracci colorati, le loro musiche, i loro balli e le loro feste, con il loro rifiuto dei nostri modelli economici e sociali di vita, il regno anarchico della libertà. Ne fanno la versione moderna del buon selvaggio, sono sempre in cerca di una causa che li faccia sentire bene, nel giusto, dopo che altre cause sono miseramente fallite. Sono tutti e due soltanto modi diversi per disinnescare l’indigeribilità di questo popolo incomprensibile e inestirpabile. Un popolo che conserva costumi e modi di vivere che vanno per conto proprio rispetto a quelli degli altri popoli, ai popoli gagé in mezzo ai quali si trovano a vivere, nei confronti dei quali mantengono il più delle volte un atteggiamento strumentale e ostile. Mai avuto nella loro storia uno stato, un esercito, mai dichiarato guerra a nessun altro popolo eppure in guerra contro l’intero mondo che li circonda. Neppure una struttura criminale centralizzata con cui farsi largo durante la penetrazione nei territori alieni. Nessuna identità costituita come una legge, nessuna tradizione scritta che permetta di fare luce sulle origini e sulla storia di questo misterioso popolo, che mantiene tutta la sua diversità, la sua disperata energia e la sua forza nel piccolo mondo globale che solo poco tempo fa aveva teorizzato la fine della storia e della possibilità stessa dell’esperienza nell’illusione infantile e senile di conservare per sempre la propria terminalità. Barbari che vengono prima ancora dei barbari, prima ancora che si formassero le strutture guerriere barbare in grado di dare il cambio alle precedenti strutture imperiali nate da precedenti barbarie. Gli ebrei -altro popolo misterioso ai quali gli zingari vengono spesso paragonati per cercare di capirne qualcosa, hanno espresso di nuovo dal loro interno uno stato, un esercito, una forza politica e culturale strutturata e globalizzata. E hanno una forte tradizione scritta, hanno un libro, anzi il Libro, sono stati persino chiamati il popolo del Libro. Gli zingari non hanno niente di tutto questo. Il loro universo preindustriale è mobile persino nella sedentarietà, molti di loro cambiano spesso lavoro, anche quando si fermano a vivere in uno stesso posto, non sembrano interessati a esperienze lavorative di lunga durata o a tempo indeterminato, anche quando si sedentarizzano mantengono una loro pendolarità spaziale e mentale. Si adattano a ogni ripiego. Il popolo libero si trasforma nel popolo di servizio, che si adatta a servire persino le esigenze più ignobili dei popoli da cui strappano a brani la propria sopravvivenza. Non pare esserci un ordine preciso, una direzione, un comando, che spieghi perché questo popolo continua a migrare, questo fiume continua a scorrere. Questo misto di libertà e opportunismo, di fierezza e di infingardaggine, di irriducibilità e di parassitismo.

*****

“Io qui ho avuto sette spose!” dice d’un tratto “Una di loro, quella che ho amato di più, era una prostituta.” Si interrompe un istante. “Le puttane sanno come farti andare fuori di testa” conclude. “Sette spose compresa la sorella di Lùcica?” gli chiede Giovanni. “No, sette oltre a quella.” “Ma proprio mogli?” “Per noi zingari basta che una venga nella tua casa e dorma con te che è già la tua sposa.” “Ma intanto eri già sposato con la tua moglie di adesso?” “Sì.” “E lei lo sapeva?” “Certo che lo sapeva! Io non le ho mai nascosto niente! Certe volte stavo via di casa anche per settimane intere. Lei mi chiamava sul cellulare. ‘Dove sei?’ mi chiedeva. ‘Perché me lo chiedi? Lo sai dove sono!’ Ma non mi sono mai dimenticato della famiglia, mandavo metà dei soldi che riuscivo a procurarmi alla mia famiglia e metà li davo a quell’altra.” “E tua moglie non diceva niente?” A questo punto Dumitru si abbandona a una terribile esplosione di sincerità. Il tutto dura pochi minuti ma ci lascia senza fiato, e ci fa capire come sia pesante -più ancora di quello degli zingari maschi- il peso portato dalle zingare femmine. “Dire qualcosa? Ma stai scherzando? Le nostre donne non si devono azzardare ad aprire bocca, se no le massacriamo. Ma proprio niente devono dire, neanche tanto così, non devono neanche fiatare. Quando ci scateniamo devono solo stare basse e aspettare che sia finita, guai se sentiamo una sola parola, un sospiro, perché allora è peggio. Non è che le pestiamo, le massacriamo. Non so se hai visto bene la testa di mia moglie. È rotta in due punti, ha due buchi grossi così. Ha anche un braccio rotto. Devo usare un cavo di gomma perché con le mani nude l’ammazzerei. La vista del sangue non mi ferma, mi scatena ancora di più. Non mi fermo fino a quando è distesa a terra piena di sangue e non si muove più.” Si interrompe. Ci guardiamo senza fiatare. “Lo vedi che pezzi di merda sono gli zingari!” conclude un istante dopo.

*****

Da “Zingari di merda” – Antonio Moresco (2008)

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Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Il lavoro culturale: giocare a scacchi con le parole

scacchiparole

(Jonathan Wolstenholme, Chess)

Da “Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale

Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere, a questo punto, tutta una serie di indicazioni circa il problema del linguaggio. C’è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.

Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, con il termine problema; nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi il problema si pone o si solleva, indifferentemente; ma c’è una sfumatura di significato, perché “porsi” è oggettiva, cioè sta a dire che il problema è venuto fuori da sé, mentre “sollevare” è attivo: il problema, in questo caso, non ci sarebbe stato se non fosse intervenuto qualcuno a farlo essere.

Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purché siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito. Dibattito è ogni discorso, scritto a parlato attorno a un certo argomento un certo problema in cui intervengono due o più persone. Il dibattito, oltre che concreto e più spesso che concreto, è ampio e profondo, anzi, approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabilmente, dagli avvenimenti. La situazione è sempre nuova e creatasi (da sé, parrebbe) con o dopo.

Al dibattito gli interventi portano un utile contributo. Essa può assumere anche la forma di convegno: in questo caso è parlato, gli interventi sono numerosi, e gli intervenuti sono giunti da ogni parte d’Italia. Dal dibattito scaturiscono, oppure emergono o anche, più semplicemente, escono, alcune indicazioni.

Le indicazioni sono anch’esse utili. Se possono esprimersi in una breve frase, allora si chiamano parole d’ordine. Per esempio: Per un / per una (cinema, teatro, romanzo, arte, cultura, scuola, pittura, scultura, architettura, poesia) nazionale e popolare. In caso contrario quando cioè le indicazioni non abbiano questo potere di contrazione espressiva, si parlerà di tutta una serie di iniziative, utili, naturalmente, e concrete, ma di massima, suscettibili cioè di elaborazione,

Concreto, come si è visto, è il problema, il dibattito, l’intervento e l’indicazione. A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto, Come non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.

La scelta dei problemi si chiama problematica quella dei temi, tematica. Ricordo che una volta, a Firenze, discussero tre ore su questo problema concreto; se fosse necessario porsi prima il problema della problematica oppure quello della tematica. Un problema è anche, spesso, di fondo, Esso si adeguerà alle prospettive, nuove e concrete, di lotta, per o contro.

Lotta, anzi lotte, è l’azione quando incontra un ostacolo, altrimenti l’azione è pura e semplice attività. Ma tanto per le lotte che per l’attività si mobilitano tutte le forze, si toccano larghi strati, o larghe masse, si estende l’influenza, ci si pone alla testa e ci si lega anche strettamente. Al servizio della lotta si pongono le proprie capacità.

A volte le cose non sono così semplici; ma il dibattito ha appunto l’ufficio di indicare gli inevitabili difetti, determinati dalla situazione. I difetti consistono quasi sempre nel non aver sufficientemente utilizzato, elaborato, applicato le indicazioni emerse da un esame autocritico. Ogni dibattito assolve anche a questa funzione.

Accanto al problema, ma un po’ più sotto, c’è l’esigenza. L’esigenza si sente, anzi, si è sentita, A volte sorge, o meglio, è sorta, ed in ambedue i casi occorre andarle incontro. Problema ed esigenza riguardano a volte i rapporti con.

Con gli intellettuali, per esempio.

 

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Boom di truffe su Whatsapp: la guida definitiva per riconoscerle

truffawhatsp

Da qualche mese, l’avrete notato, arrivano molti messaggi sospetti sul vostro smartphone. Un concorso ikea, un concorso di Zara rispondi-a-un-sondaggio-e-ti-diamo-150-euro, panini da McDonald gratis bastacheclicchiqui, voli gratis Ryanair se ci scrivi “sì lo voglio e ci dai la tua mail e il numero della tua prepagata”: insomma tanti messaggi invitanti che propongono omaggi e concorsi con premi facili, facilissimi da ottenere. Ovviamente sono tutte cazzate.

Come fare a riconoscerle? 

Facilissimo.

Se vi arriva un messaggio che vi promette ricchi premi a patto che clicchiate su un indirizzo web è sicuramente una truffa.  Quante possibilità ci sono che una persona vi fermi per strada per regalarvi 100 euro? Esatto, nessuna. Per quale motivo una grande azienda dovrebbe regalare soldi a migliaia di utenti? Esatto. Nessun motivo.

Nessuno vi regala niente. No. Nemmeno se rispondete al sondaggio. 

Fine.

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Basta un sassolino

Oggi indosso le mie scarpe preferite.
Sono le più comode, è come non averle ai piedi.
Le ho pagate tanto, ma valgono ogni soldo speso.
Oggi c’è un sassolino che mi tormenta
ma giunto a casa lo toglierò.
Ad ogni passo presagisco il fastidio e lo provo due volte.
Maledette scarpe, non le sopporto.
Le scarpe più scomode che abbia mai indossato.
Sassolino maledetto.
Scarpe maledette.
Quel venditore mi ha truffato.
Ora sono scalzo.
Scalzi si sta davvero bene.

Si consiglia di accompagnare con buon Vinicio Capossela – Componidori

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Capita di capire

 

whiteclouds

se riesci a imparare a chiacchierare più lento.

e riesci a respirare tra una frase e l’altra e, se serve, anche a metà.

Pensare alle parole che usi, al modo in cui arriveranno alla persona a cui le rivolgi.

Fermarti, sempre, su quello che ascolti, prima di cliccare play e rispondere con un brano a caso della tua playlist standard.

Capita di capire se impari a ricordarti che il silenzio no, non è un difetto.

Se scegli di parlare a sproposito, ché a volte è necessario, e poi guardi cosa succede.

Capita di capire se riesci a trasformare il silenzio che imbarazza in silenzio che riempie, che matura.

Perché il silenzio è bellissimo: serve a immaginare, a guardare, a scoprire che ci sono cose che puoi dire anche stando zitto

e che ci sono cose che puoi dire solo stando zitto

e che ci sono cose che… le capisci sempre mentre sei in silenzio

A volte le migliori.

[mood: Nuvole bianche – Ludovico Einaudi & Paolo Fresu]

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

I LIKE TENDONO A FARTI DIVENTARE UN COGLIONE

likelikelike

Tanti like dimostrano la qualità delle tue parole? Se stai pensando “sì”: complimenti, sei un coglione.
La risposta giusta è: una gloriosa ceppa.

In questo post parleremo di consapevolezza for dummies, o se preferite di consapevolezza applicata alle pubblicazioni su facebook.
Fateci caso: la ricerca spasmodica del like sta rovinando i nostri newsfeed nello stesso modo in cui ha rovinato i palinsesti delle tv che hanno deciso di mettersi all’inseguimento ingordo dello share con reality e porcate di bassa lega.
Il motivo è quantomai banale: viviamo in una nazione di fottuti analfabeti del cazzo che non capiscono una beneamata sega di quello che leggono, ammesso che lo leggano, e reagiscono con entusiasmo alle peggio stronzate di pancia. Il numero dei like, sarete d’accordo con me, può essere indice di tante cose ma non è strettamente legato alla qualità di ciò che pubblichiamo.

Lo sappiamo tutti.

Intercettare un sentire nazionalpopolare, un luogo comune, un codice comprensibile a molti produrrà un’infinità di like e condivisioni, cosa che di rado accadrà pubblicando una riflessione acuta e ragionata, magari più lunga di 9 righe. Probabilmente alcuni di voi si ritroveranno a pensare che no, non è così. Che io dei like me ne frego. Eppure il contatore degli insights, il numeretto rosso delle notifiche, la brama di engagement si insinuano come la voce di una sirena anche nelle vostre orecchie e inconsapevolmente ci cambiano e ci consigliano di pubblicare non per l’esigenza di dire qualcosa ma col preciso scopo di inseguire dei “mipiace”.
Vi risparmio l’allungo del brodo e tutto il blablabla corollario. Quello che voglio dire all’interno di questo pallosissimo post moralizzatore è: fate attenzione quando misurate il successo delle vostre parole. Riflettete sul perché, più che sul quanto. Non fatevi incantare dai numeri, chiedetevi sempre: per chi sto pubblicando? Per me o per la bagassa del pifferaio magico?

Non vendete l’anima al dio pollice.

Grazie.

accalloNation

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Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
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Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

LA MALINCONIA DELLO SPAZIOTEMPO

Albert Einstein l’aveva prevista nel 1916, l’esistenza delle onde gravitazionali, all’interno della sua Teoria Generale della Relatività: gli oggetti che hanno una massa deformano lo spaziotempo, proprio come un ippopotamo seduto su un letto deforma un materasso. Cosa c’è di più malinconico di un ippopotamo che sprofonda con le sue chiappone su un materasso?

La risposta è semplice: tanti ippopotami che sprofondano con le loro chiappone su un enorme materasso. 

spaziotempodistorceippopotamo

Lo spaziotempo è come un materassone di lattice dove stanno poggiati i culoni di tanti ippopotami. Ippopotami malinconici che noi chiamiamo pianeti, stelle, e tutte quelle altre robe lì.  La malinconia invece è quella cosa invisibile che quando sei un po’ pesante e ti ci appoggi, ti affossa il tanto che basta da creare una nicchietta, un piccolo avvallamento che mentre ti vende l’illusione d’essere protetto, ti rallenta e condiziona te e lo spazio che ti circonda. Lo spaziotempo, a guardar bene, avremmo il diritto di considerarlo a tutti gli effetti un sinonimo della malinconia, perché ci condiziona esattamente nello stesso modo; e dato che “considerare” deriva da cumsidera (con le stelle) e, originariamente, significava “divinare”, cioè profetizzare, interpretando le stelle, ne consegue, converrete con me, che l’atto stesso del considerare sia da sempre una pratica legata all’universo.

Tutto l’universo in effetti è un grande gioco di malinconia: il solo fatto che i nostri occhi guardino la luce di un prato di stelle che non esistono più e che anche il nostro sole ci arriva con 8 minuti di ritardo dovrebbe bastare ad eleggere l’universo a fondatore della malinconia. Che, come già detto sopra, imita lo spaziotempo.

In un sistema solare, la stella attorno a cui orbitano i pianeti è di solito l’oggetto più pesante nei paraggi e crea un’enorme deformazione dello spazio che ha intorno, e di conseguenza condiziona il movimento dei pianeti che le sono vicini. Enormi oggetti che si guardano da lontano, che continuano a girarsi attorno come i cani prima di annusarsi, ma che non si annusano mai, attratti da forze contrastanti nella speranza di toccarsi, ignari del fatto che l’universo, nel mentre, si espande. Sbaglio o vi è familiare, cari malincronici? Si lo so che a voi piacciono i meteoriti, bizzarri, scapestrati esseri che sfidano il sistema per poi schiantarsi sulla prima luna o bruciare a contatto con un’atmosfera dopo aver vissuto la vita un quarto di miglio alla volta: ma i Baricchi, Coheli e Foster Wallaci che la maggior parte di voi conosce con lo pseudonimo di Fabio Volo, cosa sono se non la stella che deforma il vostro spicchio di universo?  

Poi ci sono i buchi neri. Ma quelli li spieghiamo un’altra volta.

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Socialmente …catti, o della sgraziata socialità sull’internet.

certo

Avete mai finto di essere una ragazza all’interno di un social media?

Io sì. Non è difficile. Create un account, mettete una foto carina, commentate sulla bacheca di qualche amico e poi aspettate. Come a bolentino. Un po’ di rumore e i ghiozzi arrivano subito. Basta poco tempo per comprendere quale sia la mole, il fiume di richieste, di messaggi, di foto che oggi arrivano alle ragazze sul social. Un fiume estremamente noioso. Messaggi impensabili e di gran lunga oltre la soglia del patetico il cui unico scopo è mascherare l’evidente istinto riproduttivo con della meschinità casuale. Se non ci credete provate a cambiare la vostra foto profilo con quella di una bella ragazza, anche se vi chiamate Calogero; lasciate pure il nome, funzionerà lo stesso. E inizierete a capire.

Il minimo che dovete aspettarvi è un loop di:

“Ciao, cm va? Che si dice?” – o “Ciao, ti va di fare amicizia?” – “wow, sei carina”. “ciao…”  “…..ciao splendore!”. – vuoto su vuoto rimarcato da immancabili puntini di sospensione.

Riceverete anche tante richieste di amicizia mute.

Silenzio.

Niente proprio. 

Nemmeno un ciao.

Ma potrebbe andarvi anche molto peggio: mutandeiros dall’addominale in prima pagina, signori di mezza età ansiosi di mostrarvi la personale di foto osé, mipiaciatori  seriali che satureranno tutta la vostra area notifiche.

Il post di oggi, l’avrete capito, è dedicato ai miei amici di sesso maschile, e in particolare a quelli alla costante ricerca di una ragazza su facebook / instagram / tinder / snapchat, e che lamentano grandi difficoltà di approccio perché non capiscono, perché non…

Perché? Ecco. Partiamo da questa domanda.

Perché i ragazzi si suicidano sul social network con approcci scritti da un homo erectus il cui unico sottotesto è “ciao, sono un coglione, vuoi scopare”?

approccio-tragicosenzasenso

Non ci è dato saperlo. Perché rendersi ridicoli alla prima battuta? Mistero. Dove sono finite le buone maniere e il gusto per il dialogo che pervadeva le chat alla fine degli anni ’90? Ebbene, è quello che cercheremo di scoprire all’interno di questo post: colpa del mezzo? I ragazzi di oggi sono davvero così sfigati? Insomma: cos’è successo? Per quale motivo un’orda di unni sgraziati e semianalfabeti continua imperterrita a deformare il potenziale sociale di internet? 

 

 

E cosa ne pensano le dirette interessate? Come reagiscono ai messaggi dagli sconosciuti?

Sono andato a chiederlo a un campione significativo di ragazze giovani, belle e intelligenti. No. Non vi do i nomi. No, non potete visualizzare la mia lista amici su facebook. Si, ne conosco un casino. Ecco alcune delle opinioni che sono riuscito a raccogliere:

P. mi ha raccontato che ha 100 richieste di amicizia in sospeso. Gli sconosciuti le inviano richieste di amicizia, foto, messaggi. Li odia tutti.

G. pensa che “i bersagli di questi geni della comunicazione che scrivono con una mano sono quelle ragazze che hanno bisogno di queste effimere attenzioni per sentirsi importanti, per sentirsi donne”

F. non gradisce conoscere persone attraverso internet. “Ignoro chiunque mi invii la richiesta, a meno che non sia un amico di amici. Gli amici degli amici infondono maggiore sicurezza, quindi magari ci parli.”

C. conferma il trend del mutismo “il più delle volte mi arrivano richieste di amicizia senza messaggi. Non le accetto. E non mi scrivono di conseguenza. Niente. Silenzio.”

F. sostiene che “chi cerca gente così lo fa abitudinariamente e non ha voglia di inventarsi ogni volta cose diverse, fa pesca a strascico buttando 10 ciao come va?”

C. sostiene che il meccanismo della richiesta di amicizia silente sia strettamente legato alla sfera sessuale, ovvero:

io mando la richiesta
se accetta
significa che vuole minca* (*dal sardo, cazzo [ndr])
e allora (e solo allora) ci parlo.

E. mi dice “in primis, quando ricevo un messaggio da sconosciuti mi viene l’idea del coddongio* (*dal sardo: attività legata al sesso) e quindi sciò. Li rifiuto sul nascere.
Però mi accorgo che è ipocrita, perché se incontro uno per strada non ho quell’atteggiamento, o certamente me la gestisco diversamente.
Quindi forse mi verrebbe da dirti che è perché non ti vedo. E aggiungerei che un po’ a pelle resta sempre l’idea che c’è qualcosa di malato in uno che mi cerca via internet, nascosto dietro al pc nel buio della sua stanza… senza metterci la faccia, buttarti con tutto te stesso, non so se mi spiego. Però mi rendo conto che è una stronzata e non significa nulla, che non è che sei per forza un maniaco soggetto, però è per spiegarti un po’ una sensazione di stomaco…”

A. chiarisce “In genere le ignoro anche perché le poche volte che mi è capitato di accettarle poi la persona non ha detto assolutamente nulla. E dunque ti chiedi perché mi hai chiesto l’amicizia? Per farti gli affari miei. E poi molte volte sono profili fake di persone a cui non l’hai data (l’amicizia) … […] se è una persona simpatica che non scrive “wow sei carina” ci posso anche parlare

ciaoamicizia

C. ammette: “se sono boni li accetto”. Se uno mi scrive cose interessanti ci parlo anche. Però se non mi piace a una certa li muro – Dipende appunto dal tipo di conversazione che si instaura. L’80% dei ragazzi che ti aggiunge non ha certo interesse a parlare di fideiussione bancaria, o magari sì ma poi ti vuole scopare uguale. Anche perche se aggiungi uno sconosciuto su facebook l’unica cosa su cui ti sei basato sono le foto.

M. è meno nazista con l’ignoto e non teme il dialogo con gli sconosciuti “ogni tanto vanno bene… tipo io e te adesso siamo migliori amici e prima eravamo sconosciuti… Poi certo, mi è capitato uno che a un certo punto mi ha mandato le foto del pisello e non l’ho più sentito. Dipende.”

V. spiega “la mia bacheca funziona quasi come un diario personale, foto e pensieri quotidiani, legame stretto con luoghi e persone reali (nel mio caso anche molte immaginarie XD) a nessuno o quasi va che uno sconosciuto ti controlli le mutande nel cassetto, anche se poi, a ben vedere, non scrivo nulla di così strettamente confidenziale. I blog personali sono canali moto simili a volte, ma forse l’ipertematicità gli regala una certa spersonalizzazione. La gente che mi manda richieste di amicizia senza nessun messaggio parallelo può darsi che voglia solo aumentare il numero di amici per esigenze professionali, commerciali etc. Oppure ha visto la foto, è incuriosito dalle persona ritratta ma non ha il coraggio di inviare un messaggio. Se mi scrivono contestualmente un messaggio con altri interessi parasessuali li muro senza neanche rispondere; se non li conosco personalmente ma sono amici di amici e hanno un profilo interessante, sia professionalmente che umanamente, valuto.”

M. tende a non accettare richieste dagli sconosciuti: “Salvo rarissime eccezioni. Se poi mi scrivono, valuto da cosa e come scrive. Se mi scrivono in itaGliano, o se scrivono un noiosissimo ” ciao che carina ” e bla bla bla sto già sbadigliando e manco rispondo.” Se una tipa ti scrive coi piedi e ti manda una foto sua nuda, ti infoga? A 15 anni forse. Se uno che non conosco decide di volermi conoscere via fb (per quanto la cosa a prescindere mi faccia storcere il naso) deve trovare un modo per attirare la mia curiosità e un “ciao sei gnocca” non è la strategia giusta. Che ci sia un interesse di tipo sessuale più o meno esplicito non è un problema, il problema è il come si manifesta questo tipo di interesse. Quindi direi a occhi chiusi che è la bambaggine* (*mancanza di sapidità) il principale problema.

 V. è convinta che l’invio di messaggi di media banalità sia una pratica assimilabile a quella della pesca a strascico: poverini, fanno “ndo cojo cojo”. primo poi, qualcuna risponderà. Questi provano a modo loro a tramandare i geni, sono talmente semplici che mettono anche tranquillità. 

***
 
“Ordinaria amministrazione se hai la vagina”. una mia cara amica, che chiameremo Nausicaa, sostiene che sia praticamente impossibile aspettarsi incontri edificanti dal pianeta web e che è naturale che le persone siano ormai irrimediabilmente prevenute: -Ogni giorno arrivano molti messaggi banali, e altri privi di qualsiasi tatto: “vorrei leccarti” – “mi ecciti, beibe”. Robe che la peggiore sceneggiatura di film porno farebbe senza dubbio di meglio.

Io non sono d’accordo, ho una mia teoria e ho deciso di indagare per provare a capire perché dal mondo del social agli anni dell’internet senza foto in bella vista e con i nickname, la socialità spontanea sia cambiata in maniera così marcata: alla fine degli anni ’90, senza la sovraesposizione di immagini che ci portiamo dietro oggi e che lega a doppio filo la nostra identità digitale con quella reale, le persone dialogavano con molta più libertà, senza sentirsi immediatamente oppresse dalla tensione sessuale che è invece emersa prepotentemente negli ultimi tempi. 

Con un improbabile esperimento, attraverso il quale ho verosimilmente distrutto ogni mio residuo di dignità sul web, ho deciso di dimostrarle che ha torto: per il mio scopo ho progettato dei messaggi alternativi da inviare a delle ragazze random, con un numero sufficiente di foto pubbliche che consentisse di capirne per sommi capi i tratti caratteriali, al fine di vedere quanto sia ancora possibile interagire con sconosciuti senza essere etichettato in men che non si dica come un viscido bavoso. In pratica ho iniziato a scrivere messaggi semisconnessi a pivelle inarrivabili, bone spaziali che verosimilmente ricevono 350 messaggi al giorno, per vedere in quanto tempo mi avrebbero bloccato.

I messaggi che ho provato ad inviare sono i seguenti.

Primo messaggio:

“Ciao, scusa, ma perché sei così nuda su facebook? E perché fumi la droga? E come mai hai tatuaggi che rievocano il demonio?”

Con questo messaggio ho ottenuto unicamente risate. E poi, come diceva la sigla di Ken il Guerriero, silenzio.

Secondo messaggio: 

“Ciao sono ZYX, hai appena messo mi piace a un mio commento sulla bacheca di un mio contatto e tutti sanno che quando una ragazza mette mi piace a un commento ti vuole moltissimo. Mi dispiace ma non sono interessato. Ho deciso di aggiungerti agli amici perché ho un progetto di social media marketing per cui sto aggiungendo solo pivelle bone per far vedere ad altre pivelle bone che ho pivelle bone tra i contatti. Anzi già che ci siamo, dato che sei molto carina non è che hai amiche che ti somigliano da presentarmi?”* 

Questo messaggio ha avuto più successo. Ho chiacchierato con quasi tutte le ragazze a cui ho inviato questo delirio.

Lo stesso messaggio l’ho poi indirizzato a ragazze che avessero come tratto comune un profilo fortemente carico di selfie visibili al pubblico.  Obiettivi raggiunti: 7 “Visualizzato alle” 6 “non puoi più comunicare con questo utente”. 

Nessuna risposta, ma conferme ottenute. Segnatevelo: l’ostentazione pubblica non va di pari passo con la voglia di socialità. 

Terzo messaggio:

“Ciao. Sono ovviamente uno stalker. Ho provato ad inviarti la richiesta di amicizia senza dire niente per vedere che effetto fa mandare richieste di amicizia senza dire niente.”

A dispetto delle aspettative questo messaggio è stato apprezzato e non ha generato un fiume di ban istantanei.

Il messaggio che ho invece scelto di inviare alle ragazze che avevano un cane/gatto/animaledomestico come fotoprofilo è stato il seguente: 

“ciao, ti ho aggiunto perché credo fermamente che gli animali siano molto migliori degli uomini e volevo sapere se tu ti senti più essere umano o animale”

Con questo messaggio ho ottenuto interazioni: mi hanno risposto per scrivermi parolacce. Poi bannato. Va beh, lo sapevo. Ma l’ho fatto per la gloria.

***

In conclusione

Si può dire che l’esperimento sia riuscito? Non lo so.

Siamo diventati tutti un po’ troppo diffidenti, un po’ troppo asociali, un po’ troppo maleducati, un po’ troppo snob? Probabile. 

Fatevi delle domande.

Cosa vi aspettate quando inviate i vostri patetici messaggi? Chiedetevelo. Quando scrivete “mi arrapi” davvero pensate di ricevere come risposta “oh grazie, davvero, anche tu sei molto carino. Perché non ci vediamo una di queste sere?” Non potete essere così coglioni.  

Prendete coscienza del fatto che siete questo. emmedieffe

È fondamentale che ve ne rendiate conto, ma non per voi, che siete irrecuperabili e alla fine chi se ne frega e anzi è anche meglio che non vi riproduciate: per tutti gli altri, quelli che magari vorrebbero solamente dialogare e hanno il piacere di conoscere persone nuove senza l’impellente desiderio di mostrarsi pronti all’accoppiamento. 

Quello che ho capito io è che con l’italiano moribondo, si apprestano a decedere anche l’educazione e la creatività. Ok è la scoperta dell’acqua calda ma è brutto constatare che questa dinamica sta influenzando pesantemente la predisposizione al dialogo delle persone. Perché alle persone piace ancora conoscere gente nuova ma a nessuno interessa la vostra foto in mutande con la chitarra in mano, la macro dei vostri addominali non è un buon argomento di discussione e per annoiarsi c’è già la tv. Nell’era della sovraesposizione mediatica, nell’era della glorificazione dell’immagine e della bulimia da selfie c’è una grande assente al tavolo della socialità: la capacità di comunicare, ed è molto peggio di quanto non vi sembri.

Non ci credete? Fate una semplice prova: smettete di usare le emoticon, e provate ad esprimere tutti i vostri pensieri con le parole. 

Kissini.

 

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

TIMIDAMENTE.

Io, con le persone che mi piacciono
non riesco a parlare.
Mi blocco
ritorno timido.
Divento
goffo
zitto
incerto.
Mo
no
sil
la
bi
co.
Parlare con le persone che non ti piacciono molto, invece, è facile. Puoi esagerare, rischiare di dire qualcosa di sbagliato, provocare, insultare, ridere senza motivo. Checcazzotenefrega.
Questo volevo scriverlo per dirti che se non ti parlo, se bofonchio quando mi chiedi qualcosa, se sto un po’ zitto, in disparte, e se a malapena ti saluto quando ci incontriamo… beh, è perché io sono così.
Così. Oppure è perché mi stai sul cazzo.

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

IO E LEI. (LETTERA D’AMORE)

mood song: 2cellos – Shape of my heart

Io la amo, come si può amare solamente una donna con cui stai da tanti anni, una donna che cerca di non annoiarti mai. Io la amo, perché quando torno a casa, la sera, so che mi aspetta, sempre, pronta ad ascoltarmi e a suggerirmi ciò che il rumore di un giorno caotico non riesce a farmi sentire. Io la amo, perché mi ricorda il valore delle persone che mi vogliono bene, e che a volte si danno per scontate. Insieme ascoltiamo la musica più bella, guardiamo i film strappalacrime. Con lei ho riso di gusto e mi sono sentito uno scemo, con lei ho pianto e non è andata via.

Lei è quella che mi supporta sempre quando non so che decisioni prendere, quando sono intrattabile, e resta accanto a me a parlarmi piano e sorridermi anche tutta la notte quando non riesco a dormire. Se non c’è, lei mi manca, e a volte do di matto perché non riesco a non esserne geloso: ma che ci vuoi fare, non mi piace chi cerca di portarmela via e chi le sorride nel tentativo di farsela amica. Io ho bisogno di lei, come lei ha bisogno di me, e se sto senza di lei per troppo tempo mi sento incredibilmente vuoto, smarrito, solo. A volte la trascuro, mi allontano, ma mai per troppo tempo. A volte, è vero, quando arrivano quei momenti in cui non hai voglia di essere te stesso, e io so che è solo questo il motivo, l’ho maltrattata, l’ho tradita. Ma lei mi ha perdonato, e io non l’ho dimenticato, e siamo diventati più forti, e ci guardiamo negli occhi senza paura. So che lei si merita le mie attenzioni, perché in tutti questi anni non mi ha lasciato mai, e se sono quello che sono oggi, tanto lo devo a lei: la Solitudine.

lovecarte

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

Blue moon Yoga, banane e culi al vento.

chitarraspiaggia2

Primo giorno di ferie: decido di stare a casa a poltrire, come tutti gli altri giorni.
Perché io le cose voglio farle per gradi.
Primo giorno di ferie, sto su facebook a scrivere tontese e guardo un video in cui 1000 musicisti suonano una cover dei foo fighters, learn to fly, per convincerli a fare un concerto a Cesena: e ci riescono.

Plin.
Mi contatta un’amica che non vedo da tempo, fresca di laurea: devi venire con me a un festival blues, suona un’amica e poi festeggiamo. Non ne ho minimamente voglia ma non oppongo resistenza, altrimenti finisce che non ci vediamo per un altro mese e non va bene.

Andiamo al festival blues.
Al festival blues, stranamente, il pubblico batte le mani a tempo.
Al festival blues si beve Johnny Walker, la bevanda ufficiale dei festival blues. La birra non riscuote particolare successo, ma viene comunque acquistata per poi essere regalata al proprio vicino, calda e con l’aggiunta di sputino superficiale per ripristinare un minimo di schiuma.
Il festival blues continua per diverse ore oltre l’orario prestabilito, poi finisce perché staccano la corrente, ma il cantante, ingurgitate alcune pile duracell, non vuole smettere di cantare. Scende dal palco e continua, a luci spente, a guardiano che ci dice che deve chiudere e andatevene veloci.

Domani a Burcei c’è la sagra della capra -esordisce entusiasta un’amica-.
Il cantante, calabrisello, viene adottato dalla mia comitiva di scapestrati. Ce ne andiamo veloci, col cantante blues e con la luna blu, evento rarissimo -dicono- che capita ogni 3 anni. Rarissimo una sega, penso. C’è un falò in spiaggia, ci dicono. Il cantante ha i capelli lunghi e ha bevuto così tanto che tramuta il sudore in vino. E il vino puoi berlo dai suoi capelli. Jesus, beccate questa!

Andiamo al falò in spiaggia: arrivo per primo e il falò, come al solito, non c’è. Ci sono però delle buche che contengono delle candele accese. Con l’aiuto di un’amica, che come me sta riflettendo sull’età della pensione e sull’opportunità di tornare di corsa a casa a dormire, cerco di capire la qualità della festa. Davanti a noi, quattro/cinque gruppi di persone che condividono lo stesso spazio senza interagire tra loro: gli immancabili cerchi di ubriachi schitarranti, simbolo della cagliaritanità estiva che anela socialità per poi non generarla. 

Mentre ragioniamo sulle ore di noia che ci attendono, una ragazza ci ricorda che domani c’è la sagra della capra.

Ci avviciniamo con media circospezione al primo gruppo di giovani. Accanto a noi un ragazzo fa yoga. Le due di notte e un falò senza falò sono il momento perfetto per praticarlo, lo sanno tutti. C’è un caldo mostruoso, ma in riva al mare è più sopportabile -penso-. 

Mi siedo sulla sabbia e noto che qualcosa non va. Due occhi fissi, incastonati in uno scialle, mi scrutano nella penombra. La sensazione è quella di essere davanti a un incrocio tra Gollum e un lemure con l’equilibrio psichico di Stephen King. Il lemure psicopatico continua a fissarci per alcuni minuti, poi si sposta. Tiriamo un sospiro di sollievo, siamo salvi. 

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Arrivano, a cascata, tutti gli altri ragazzi della nostra comitiva. Cinque ragazze, senza riflettere un secondo, si levano ogni vestito e si lanciano in acqua. Lune blu, culi bianchi. Molto blues. Il bluesman non ci pensa due volte e segue le femmine ignude dentro l’acqua, spogliandosi anch’egli come un verme. È abbronzato come un catarifrangente e la luna piena lo sottolinea con ironia.

bagno-notte

Accanto a me il ragazzo che fa yoga: ha smesso, ora mangia una banana.

Lo sanno tutti che dopo lo yoga in spiaggia alle due di notte bisogna mangiare una banana guardando donne nude che fanno il bagno alla luce della luna.

Le baccanti e il bluesman nuotano insieme portando con sé la felicità di chi è nudo. L’idillio però dura poco, e le femmine escono prontamente dall’acqua e colte dal freddo decidono di fare una corsetta avanti e indietro lungo la spiaggia per riscaldarsi. I vestiti sono ancora ammucchiati sulla riva.

Il bluesman resta in acqua, da solo, nudo e catarifrangente, a riflettere la luna blu. Livelli di romanticismo over 100.000. La realtà è che verosimilmente vorrebbe anche lui uscire dall’acqua, ma deve aspettare che l’alzabandiera rientri. Molto blues. Esce poco dopo, visibilmente infreddolito, non trova le mutande e si infila i pantaloni a crudo, pieni di sabbia, distruggendoli. Ha perso anche l’armonica a bocca. È ubriaco come un monaco trappista, così lo aiutiamo a cercarla nel buio della riva. La trovo io.

Buona azione del giorno: fatta.

L’idea del bagno nudi è piaciuta e siamo ormai circondati da ragazze senza vestiti che bevono birra, appicciano sigarette, cantano Battisti e corrono lungo la battigia: in mare invece non c’è più nessuno, così alcuni decidono di ribaltare la situazione facendo il bagno completamente vestiti. Essere ribelli significa sfidare il sistema di valori che governa il proprio presente: essere calloni anche. Chiedo un bicchiere di vodka, mi dicono che i bicchieri sono finiti, mi passano la bottiglia e mi ricordano che domani c’è la sagra della capra.

Sta quasi per albeggiare e la spiaggia si è stretta in un unico cerchio dell’amicizia a cantare le canzoni di una volta: l’orchestra è composta da alcune chitarre, violino, e un glabro ragazzo nudo che gonfio di birra suona lo scraxio a mo’ di tamburo.

Bene. La mia estate è iniziata così. Non mi resta che augurare anche a voi buone vacanze: godetevele, che del doman non v’è certezza, sebbene ci sia la sagra della capra.

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

No, non hai diritto alla tua opinione.

[… la prossima volta che sentite qualcuno dichiarare di aver diritto alla propria opinione, chiedete perché ritiene che sia così. Ci sono buone possibilità che, se non altro, così facendo finirete con avere una discussione più piacevole.]

di Patrick Stokes

Ogni anno, io cerco di fare almeno due cose con i miei studenti almeno una volta. Innanzitutto, cerco di dar loro importanza chiamandoli “filosofi” – un po’ banale, ma auspicabilmente incoraggia un apprendimento attivo.
Secondariamente, affermo qualcosa di questo tipo: “Sono sicuro che avrete sentito l’espressione ‘ognuno ha diritto alla propria opinione’. Forse l’avrete detta voi stessi, magari per bloccare una discussione o per portarla a conclusione. Bene, non appena entrate in questa stanza, questo non è più valido. Non avrete più diritto alla vostra opinione. Avrete diritto solo a ciò che potrete provare.”
Un po’ rude? Forse, ma gli insegnanti di filosofia devono insegnare ai loro studenti come strutturare e difendere un ragionamento – e a riconoscere quando una convinzione è divenuta indifendibile.

Il problema con l’assunto “ho diritto di avere la mia opinione” è che, sin troppo spesso, è utilizzata per difendere convinzioni che avrebbero dovuto essere abbandonate. Diventa un’abbreviazione per “io posso dire o pensare quello che voglio” – e, per esteso, continuare a contrastare è in qualche maniera irriverente. E questa attitudine porta, io sostengo, alla falsa equivalenza tra esperti e non esperti, che è una crescente e perniciosa caratteristica del nostro discorso pubblico.

Innanzitutto, cos’è un opinione?
Platone distingueva tra opinione o credenza comune (doxa) e conoscenza certa, e questa è una distinzione ancora valida oggi: diversamente da “1+1=2″ o “non ci sono cerchi quadrati”, un’opinione possiede un certo grado di soggettività e di incertezza. Ma “l’opinione” parte da gusti o preferenze, attraversa domande che preoccupano la maggior parte della popolazione, come l’economia o la politica, sino ad argomenti che poggiano sull’esperienza tecnica, come le opinioni scientifiche o legali.
Non si possono realmente discutere le opinioni del primo tipo. Sarei stupido ad insistere nell’affermare che sbagli a pensare che il gelato alla fragola è più buono di quello al cioccolato. Il problema è che qualche volta implicitamente consideriamo che le opinioni della seconda, o anche della terza specie, siano indiscutibili nella stessa maniera dei gusti personali. Probabilmente questo è uno dei motivi (non dubito ce ne siano altri) per cui degli entusiastici dilettanti ritengono di aver titolo a non essere d’accordo con climatologi e immunologi e che i propri punti di vista debbano essere “rispettati”.

Meryl Dorey è la leader dell’ ”Australian Vaccination Network”, che, nonostante il nome, è completamente contrario ai vaccini. La Sig.ra Dorey non ha nessuna qualifica medica, ma sostiene che se Bob Brown (politico australiano) ha il diritto di commentare sull’energia nucleare nonostante non sia un fisico, lei dovrebbe avere il permesso di commentare sulle vaccinazioni. Ma nessuno ritiene che il Dr. Brown sia un’autorità sulla fisica delle fissioni nucleari; il suo compito è commentare sulle risposte politiche alla scienza, non sulla scienza in sé.

Quindi, cosa vuol dire avere “diritto” alla propria opinione?
Se “Tutti hanno diritto ad avere la propria opinione” significa esclusivamente che nessuno ha il diritto di vietare alle persone di pensare e di dire quello che vogliono, allora la frase è vera, seppure abbastanza banale. Nessuno può vietarti di dire che i vaccini causano l’autismo, indipendentemente da quante volte questa supposizione sia stata smentita.
Ma se “diritto ad un’opinione” significa “avere il diritto che i propri punti di vista siano trattati come seri candidati per la verità” allora la frase è chiaramente falsa. E anche questa è una distinzione che tende a essere confusa.

voltaireinternet
Un lunedì, il programma della rete ABC Mediawatch ha portato ad esempio il programma di WIN-TV Wollongong per un servizio su un’epidemia di morbillo che conteneva commenti di – lo avrete indovinato – Meryl Dorey. In risposta alle lamentele di uno spettatore, WIN ha risposto che la storia era “accurata, onesta e bilanciata e che presentava i punti di vista dei medici e dei gruppi di scelta”. Ma questo implica un uguale diritto ad essere ascoltati su una materia nella quale solo una delle due parti ha un’esperienza di rilievo. Ancora una volta, se si parlasse di risposte politiche alla scienza, questo potrebbe essere ragionevole. Ma il cosiddetto “dibattito” in questione è sulla scienza in sé, e i “gruppi di scelta”, semplicemente, non hanno diritto ad andare in onda, se quello è il punto dove si è in disaccordo.
Il conduttore di Mediawatch Jonathan Holmes è stato ancora più diretto: ” ci sono le prove e ci sono le cavolate” e nessuna parte del lavoro del giornalista consiste nel dare uguale tempo alle cavolate come all’esperienza.

La risposta degli anti-vaccinisti è stata prevedibile. Sul sito di Mediawatch, la Sig.ra Dorey ha accusato ABC di “richiedere apertamente la censura su un dibattito scientifico”. Questa risposta confonde il fatto che la propria opinione non venga presa seriamente con il non aver diritto di avere o di esprimere quelle opinioni o, per prendere in prestito una frase di Andrew Brown, “confonde il perdere una discussione con il perdere il diritto di discutere”. Ancora una volta, due significati di “diritto” ad avere un’opinione sono confusi qua.
Quindi, la prossima volta che sentite qualcuno dichiarare di aver diritto alla propria opinione, chiedete perché ritiene che sia così. Ci sono buone possibilità che, se non altro, così facendo finirete con avere una discussione più piacevole.

[qui trovate la versione originale, in inglese http://theconversation.com/no-youre-not-entitled-to-your-opinion-9978 ]

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

LA DANZA DELLE OLOTURIE

Immagina una giornata al mare.

Immagina di nuotare nel mare limpido, trasparente.

Immaginati di essere felice, con indosso la tua maschera e le tue pinnette nuove.

Di colpo vedi l’acqua diventare opaca, sfocata. Pensi si sia appannata la maschera ma non è così: c’avevi sputato bene, prima di indossarla -dici tra te e te- e se ci sputi si sa, non si appanna.

Non sai spiegarti cosa stia succedendo e preso da uno strano senso di smarrimento ti fermi, alzi lo sguardo e guardi il mondo sopra di te: non è appannato. La maschera è ok.

Continui a nuotare, ma poi le vedi.

Sono lì a migliaia, sul fondo, dritte dritte, felici.

In quel momento capisci. Capisci di essere in un brodo di primordiale fecondità: dentro il grande bukkake del mare.

 

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

FILMATI IN VERTICALE: L’OVVIO CHE SMETTE DI ESSERE OVVIO

telefonoQuesta mattina mi sono imbattuto in un videotutorial girato nel 2012 in cui viene affrontata la “Vertical video Syndrome”. Un video popolare, che ha oggi oltre 6 milioni di visualizzazioni e che, tre anni fa, grazie all’aiuto di alcuni simpatici pupazzetti, denunciava la dilagante e odiosa piaga dei filmati girati in verticale. Nella stessa mattina, scorrendo il newsfeed ho trovato ben 3 video girati in verticale. Un segno del destino, è evidente.

C’è un solo modo per tenere il proprio smartphone quando si fa un filmato, ed è quello che potete vedere in foto: cioè in orizzontale. I monitor sono in 16:9, i televisori sono in 16:9, youtube è in 16:9… Insomma, Che altro c’è da aggiungere al festival dell’ovvietà?  Niente. Tre anni sono passati da quel video, eppure capita sempre più spesso di imbattersi in filmati girati in verticale. Potete riconoscerli facilmente, sono quelli con il crop smarmellato al centro e due eleganti bande nere ai lati.

Se siete stanchi di leggere ora potete guardare il video. E’ in inglese, lo so, ma ci sono le figure.

Nell’era della sovraesposizione digitale produciamo quotidianamente tonnellate di contenuti inservibili, poco curati, per nulla pensati, è vero, ma il video girato in verticale è un po’ l’emblema della superficialità che dilaga. Il figlio prediletto del fare senza pensare, anni di storia della cinematografia buttati alle ortiche, 600 euro di smartphone in mano a una scimmia. Abbiamo abolito anche il 2+2. Clicchiamo Rec. e ciao. D’altra parte il cellulare siamo abituati a tenerlo in verticale, le persone in piedi sono verticali. D’altra parte molto spesso guardiamo i film a letto, sdraiati su un lato.

Non vi sentite dei coglioni? Cioè, diamine. Siamo nel 2015, dovrebbe essere scontato come l’alfabeto, come aprire la porta di casa. Filmare in verticale è come il “piuttosto che” usato a cazzo di cane, è l’abolizione del congiuntivo, sono i puntini al posto delle virgole. Ignorare la forma prima ancora della sostanza.

Mi rivolgo a voi, voi che ancora capite l’ovvio. Parlatene. Non lasciate che l’incuria invada il nostro quotidiano. In questo caso basta davvero poco. Basta una rotazione di 90 gradi.

“Ma non si possono girare? Sul telefonino si vedono bene. Col computer si può fare tutto.”

Ah, già, che sciocco.

 

accalloNation

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Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
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Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

VOLARE ALTO …per vedere l’uscita d’emergenza.

labirinti

“Vieni più vicino” Così ti diceva quel cartellone. “Da vicino si vede meglio.”

Vieni più vicino. Così vicino da confondere il battito del tuo cuore con il suo. Così vicino che non puoi sentire altro che il suo profumo.

Da vicino invece non si capiva nulla, non si capiva dove cominciavi tu e dove finivo io. Nemmeno con gli occhiali di quella pubblicità. 

Non c’erano contorni, non c’erano forme, non c’erano strade da seguire. C’erano solo delle grandi chiazze di colore.

Da vicino non puoi guardare le cose grandi.

-Dici?

Dico che è così che funziona la pubblicità: ti fa innamorare delle cose piccole, che non ti servono, e ti racconta che tutto ciò di cui hai bisogno lo puoi avere senza allontanarti troppo. Cose piccole, che tieni nel palmo della tua mano e puoi guardare nella loro interezza, fino alla noia, fino alla prossima.

Poi alla fine chi può dirlo se una cosa è piccola o grande? È tutta una questione di prospettiva.

«Ma tu certezze non ne dai mai?» 

– Come si fa a dare una cosa che non si possiede?

«Per questo le persone scappano quando ti incontrano.»

– Cioè?

«Resti lontano. Almeno un passo.»

– Da lontano almeno si vede l’uscita d’emergenza.

 

 

è mesmo uma delicia
enveredar nos labirintos do amor
sem pressa, sem receios
e nos perder em devaneios

Regina Pessoa

 

Tip (virgolette) Alt + 0171 e Alt + 0187

 

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

VEGETARIANI VS SOCIAL: ISTRUZIONI PER L’USO

animalequals

Ci sono cose di cui non avrei mai voluto parlare, ci sono cose scomode ma necessarie. Poi ci sono cose completamente inutili, tipo parlare a chi non vuole ascoltarti, ma io ci proverò lo stesso.

Parlo a te, veg*(etari)*ano che stai sul social network. A te che ogni giorno devi spiegare che le uova e il pesce no, non sono verdura. Ti senti frustrato, emarginato, criticato. Lo so, il mondo è un brutto posto e ciò che non viene compreso viene sempre trattato con diffidenza. Ma forse non è tutto qui. Forse il tuo modo di porti genera reazioni peggiori di quelle che meriteresti. Caro amico veg*(etari)*ano, sei convinto che i tuoi amici non ti ascoltino, non ti capiscano e per questo ti deridano e sei arrivato a pensare che gli unici esseri umani in grado di capirti siano gli altri pappaverdura?  Non è detto che sia così. Forse hai sbagliato qualcosa nella comunicazione.

Per questo ho creato la seguente guida:

I 10 CONSIGLI PER ESSERE UN BUON VEGETARIANO SU FACEBOOK

1) Sii umile. È un errore comune a tutti, non vale solo per i veg*(etari)*ani, ma i pappaverdura sono convinti che la propria scelta sia quella giusta. Chi ha la verità in tasca non piace a nessuno. Ricordatelo quando parli con persone che hanno un’idea diversa dalla tua.

2) Evangelizzazione.  Siamo nel ventunesimo secolo e probabilmente sei ateo, puoi capirmi: ti piace quando i testimoni di geova bussano alla tua porta? Ti piace quando l’operatore del call center bulgaro di tele2 cerca di convincerti a cambiare compagnia telefonica? Se fossi musulmano ti piacerebbe che i cristiani cercassero di convincerti del fatto che la tua religione è quella sbagliata? Ecco, ricorda che la tua è una scelta personale e l’Italia è (almeno in teoria) un paese laico, quindi smettila di evangelizzare. Pubblicare quotidianamente post che terminano con “GO VEG”, per quanto ti possa sembrare la cosa giusta non ti renderà credibile, ti renderà un fanatico. Essere percepito come un fanatico toglierà forza alle tue idee.

3) facebook non è Rotten.com.  Non pubblicare foto macabre – In questo modo ti rendi odioso e invadi la libertà del prossimo. Chi vuole vedere animali squartati, teste mozzate, larve e ginocchia incancrenite va su rotten.com, non su facebook. È scientificamente provato che la pubblicazione di immagini scioccanti, per quanto possa avere un impatto efficace sul breve periodo, nel medio termine genera unicamente repulsione, non affiliazione.

4) Rispetta le scelte degli altri. Così come tu chiedi rispetto per le tue. Cerca di evitare di giudicare chi non la pensa come te. Appellativi come “mangiacadaveri”, “carnivori” e “bestie” “dovrebbero ammazzarvi tutti” non sono un buon punto di partenza per iniziare a ragionare.

5) Le basi scientifiche. La scelta vegana può essere accettata e apprezzata a livello etico, ma non cercare di addurre motivazioni scientifiche. L’attenzione che riponi nella tua alimentazione ti darà sicuri benefici, ma non fare il gioco delle tre carte: il solo fatto che tu debba stare molto attento a ciò che mangi per non incorrere in carenze e che debba prendere degli integratori renderà ridicola qualsiasi tesi tu esprima riguardo la valenza scientifica della tua scelta alimentare. No, i nostri antenati del paleocene non sono una buona motivazione.

6) Non condividere i post degli estremisti. Capisco che tu possa essere frustrato e che certe volte senta l’esigenza sfogarti, ma la disinformazione è sempre in agguato, e i nazianimalisti non sono una fonte autorevole. Dissociati dal “Fronte Animalista”. Condividere le immagini di conigli con la scabbia passandoli per animali maltrattati in laboratorio e vendere il diorama della prima scimmia mandata nello spazio come una scimmia viva torturata nei nostri laboratori ti rende complice del mondo brutto e ignorante che dici di combattere.

7) Rispetto per gli animali. Se è vero che la tua scelta è frutto di un percorso di rispetto delle altre specie animali, sappi che non è rispettoso imporla anche al tuo cane o al tuo gatto. Loro hanno bisogno della carne e della tua moda hipster del cazzo non gliene frega niente.

8) Non dire cazzate. Abbiamo smesso di credere a Babbo Natale da qualche annetto. Se hai scelto di non mangiare carne avrai le tue buone ragioni che io rispetterò. Non vuoi essere responsabile della morte di una mucca? Lo capisco. Non vuoi uccidere le paperelle e i coniglietti? Ci può stare. Però non venirmi a dire che chi è vegano salva il pianeta. Non ci credi nemmeno tu, dato che sei il più informato di tutti e guardi la gente con quella fierezza negli occhi che solo le persone di cultura possono permettersi. Sai benissimo che anche le colture intensive devastano il pianeta, così come l’uso dei carburanti fossili, le fabbriche che producono i componenti del tuo iphone etc etc. Se anche tutti diventassimo vegani il pianeta sarebbe esattamente in merda com’è oggi.

9) Coerenza. Se sei contro la ricerca scientifica, contro i farmaci testati in laboratorio e non arrivi ad accettare che a volte il compromesso sia una necessità e che se oggi sei qui a fare il messia del nuovo millennio è anche grazie ad anni di ricerca e sperimentazione, allora smetti di curarti coi farmaci creati grazie alla ricerca scientifica, smetti di prendere integratori, ammalati e muori.

10) La natura non è tenera. Usare delle vignette in cui gli animaletti sorridono non è “sensibilizzare l’opinione pubblica” è disinformazione. Gran parte degli animali sono esseri governati esclusivamente dagli istinti, e come naturale hanno anche comportamenti molto violenti. Stuprano, uccidono i cuccioli, emarginano i vecchi. Dire che “gli animali sono migliori dell’uomo” è una cazzata. Il fatto che il tuo cane non ti abbia abbandonato come l’ultima persona con cui avevi una relazione non fa del tuo animale da compagnia un essere migliore: piuttosto tu ti sei chiesto se sia giusto costringerlo a vivere con te in quell’appartamento di merda?

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

FACEBOOK TI AMA E CANCELLA I FAN FALSI: ma è davvero così?

loveyoumark

Dal 12 marzo il nostro amato social blu ha iniziato l’opera di scrematura dalla fuffa, ha iniziato cioè a eliminare gli “account inattivi”, dalle pagine. I profili falsi, i morti e gli account disattivati non verranno più conteggiati nel calderone dei like delle pagine.
Questa decisione -dicono da Menlo Park- è stata presa per garantire una maggiore qualità del servizio, dato che si suppone che i seguaci delle pagine fan siano veramente persone reali, e che voi non vogliate spendere migliaia di euro per far arrivare i vostri contenuti sulla bacheca di un utente che non apre facebook dal 2008, o peggio, che non esiste. Solo utenti reali quindi e non finti profili inattivi. Sulla carta, almeno.

Sarà veramente così?
Forse ricorderete che a suo tempo io ho gonfiato il contatore dei miei fan tramite pratiche non lecite acquistando 5000 fan per circa 5$ (ne parlavo qui) da un noto servizio (SeoClerks) che fornisce fuffa digitale a basso prezzo. L’ho fatto -con tutta evidenza- per capire come funzionasse il meccanismo. Il risultato è stato che la mia pagina fan è stata invasa in pochi giorni da migliaia di utenti provenienti da Bangladesh, Turchia e zone limitrofe. Veri o falsi? Non si sa. Di sicuro inutili. Ciò che però è interessante notare è che stando agli annunci di facebook avrei dovuto perderli più o meno tutti, invece di questi 5000, in questi giorni ne ho perso circa 400. 

Di sotto riporto il messaggio di “facebook for business”. Lo so, suona un po’ ironico.

“Whether you’re a public figure, media organization or other Page owner on Facebook, it’s important to understand who your followers are, what they care about, and what’s working for your audience.
To make audience data even more meaningful for Pages, we’re updating the way Page likes are counted by removing memorialized and voluntarily deactivated accounts from Pages’ like counts. This change ensures that data on Facebook is consistent and up-to-date”.

Dai messaggi di facebook non si capisce quale sia la posizione del social blu rispetto ai “bot”. Sono account inattivi? Non si sa. Quello che io so è che ho comprato 5000 fan falsi a 5 dollari e li ho ancora quasi tutti.

Chiunque amministri una pagina fan sa quanto facebook in questi anni si stia trasformando in una piattaforma di marketing,  in cui cacciare il grano è ormai obbligatorio se si vuole ottenere una degna visibilità. (ne ho parlato QUI). Alla luce dei fatti niente ci vieta di pensare che anche questa sia un’operazione di marketing, e che al grido di  “più trasparenza e professionalità” sulla piattaforma, il caro Mark e soci ce la stiano buttando nuovamente undercool, raccontandoci la favoletta e sussurrandoci all’orecchio che non farà male.

La realtà, a guardar bene non è così favolosa e anzi negli ultimi tempi i ragazzotti del social color puffo non vanno per il sottile e di sicuro non mettono in primo piano il benessere dei propri utenti, ma il loro profitto: regole ferree contro i trasgressori, vietati i nomi di fantasia, vietato usare il proprio account personale per sponsorizzare le attività lavorative. Chi usa facebook “per lavoro” deve avere una pagina, pena la cancellazione dal social: spesso e volentieri un atto d’ufficio, senza preavviso e irreversibile. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

LA FILA AL CASELLO – UN DISASTRO SOCIALE

filacasello

L’insulto tra automobilisti è un’arte finissima che si è affinata nei secoli con la targettizazione del messaggio: l’unico scopo di un insulto, viene da sé, è fare male, e per fare male nel poco tempo a disposizione al volante è necessaria grande prontezza di riflessi e lucida analisi dell’avversario.  La sfida dell’insulto automobilistico è infatti arrivare nel più breve tempo alla corda che urti la sensibilità. Con un pelato sarà facile andare a segno con il più classico degli “o conch’e minca”. Un evergreen. A un ciccione si urlerà “o palladimmerda!”.

La letteratura in fatto di anziani è vasta, tutta la gamma di riferimenti alla demenza senile sarà ben accetta. Con l’extracomunitario, cinese, nero, rom, giapponese, arabo, tedesco, sarà sufficiente apporre il più classico dei “di merda” alla nazionalità dell’automobilista che non mancheremo di guardare con disprezzo dall’alto della nostra fiera italianità.

Più difficile sarà invece colpire l’uomo di etnia, peso e sembianze simili alle nostre, col quale comunque non sbaglieremo urlando “o concali e impara a guidare!” non sia mai che un maschio alfa non sappia condurre con maestria il suo rombante destriero.

Con la donna la questione è ben più spinosa visto che è già scontato che non sappia guidare; cosa fai allora? Panico. La analizzi: carina, ben vestita… Rossetto color carne.. Bingo! Ci siamo. Le urli “o brutta bagassa”.

Eh no. Bagassa no. Non puoi. È sessismo.

accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
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Sono uno che non piange da solo.
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Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
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Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
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La chiave di Volta.

Avete presente la chiave di volta?  La chiave di volta è quella pietra lavorata, solitamente a forma di cuneo, che serve per chiudere l’arco e mettere in atto le spinte di contrasto, è quella che sta al centro di un arco appunto, o di una volta: vi sarà capitato di vederne, (e mi si scusi il gioco di parole), soprattutto nelle costruzioni… di una volta.

Il punto, ad ogni modo, è che senza di lei l’arco non sta in piedi. Crolla.

È facile affezionarsi ad una pietra così, ed è affascinante il pensiero che quella piccola pietra, che sembra in equilibrio precario tra massi giganteschi, regga tutta la baracca. Dentro il proprio cuore ognuno di noi cova il desiderio di sentirsi una chiave di volta.

Sentirsi importanti, potenti, utili, indispensabili, è indubbiamente bello.

Ma da un grande potere derivano grandi responsabilità* (*fatevene una ragione, io sono un ignorante e non potendo citare Platone, cito l’uomo ragno), peccato che questa parte della responsabilità in molti la dimentichino in fretta, ma non prima di averci convinto del loro essere magnifiche chiavi di volta. Le più ben fatte di tutto il reame.

E così quando di punto in bianco ci accorgiamo di vivere sotto un arco, (non dico sotto un ponte, che sa troppo di presagio) di massi giganteschi la cui chiave di volta è fatta di gesso, l’unica è sperare che non piova.

Ma sai com’è, è inverno.

accalloNation

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JU PENG E IL BEDSURFING VS IL GIORNALISMO ITALIANO SUL WEB: CHI È LA MIGNOTTA?

giornalismobarchette

Alla maggior parte di voi in questi giorni sarà capitato di leggere la storia di Ju Peng, avvenente 19enne cinese che vuole girare il mondo e offre una notte di sesso a chiunque sia disposto ad ospitarla.

“Sesso in cambio di ospitalità, blablabla, nuova pratica, blablabla bedsurfing blablabla” titolavano i nostri amati quotidiani qualche giorno fa, avendo cura però di precisare che no, trattasi non di volgare bagascia ma di nuova pratica che chiamasi “bedsurfing”. Nel suo annuncio (pubblicato su weibo, il twitter cinese) infatti la bedsurfer Ju Peng si riserva il diritto di scegliere: si farà ospitare solo da ragazzi belli, under30 e che non vivano coi genitori (quindi è già chiaro che in Italia non vuole venirci). She is “looking for temporary boyfriends who must be “good looking, under 30, taller than 1.75 metres and, of course, rich.” Pure alti li vuole. Noi sardi per un motivo o per l’altro siamo sempre discriminati.

Vabbé. Comunque… nonostante la giovine non voglia venire in Italia, l’Italia, ça va sans dire, terra del maschio vero, è però il luogo dove la notizia ha attecchito maggiormente.

Il Fatto Quotidiano (3 ore fa) è l’ultimo arrivato “Sesso in cambio di ospitalità”. Dalla cina la 19enne Ju Peng lancia il bedsurfing, ma la notizia è stata rimbalzata, negli ultimi 4 giorni, dalle maggiori testate italiane (Panorama, LiberoQuotidiano, Unione Sarda.it, il Messaggero, il Tempo, TgCom etc etc). Se cercate su google news “Ju Peng” potete verificare da soli. Da qualche giorno, per la precisione il 28 ottobre, data che coincide con la prima pubblicazione della notizia sulla stampa nostrana, è nata anche la pagina facebook di Ju Peng , pagina palesemente falsa in cui vengono ricicciate le stesse 4 foto che si trovano in giro per il web e si susseguono fiumi di commenti di maschi arrapati che lasciano in pubblico il proprio numero di cellulare. (annotateveli  e scriveteli nei bagni degli autogrill, vi prego).

Proprio la presenza ossessiva di quelle stesse quattro foto mi ha fatto subodorare la turbocazzata: “che sia una bufala?” Mi son chiesto. Così, stancamente, ho provato a fare il lavoro che dovrebbe fare qualsiasi giornalista. Ho inserito la foto su google immagini (lo sapete, vero, che inserendo una foto si possono cercare tutte le corrispondenze della stessa immagine sull’intero web? Vero che lo sapete?) e  … indovinate un po’?

(rullo di tamburi)

È una bufala! E attenzione, A T T E N Z I O N E… vi dirò di più:  nel resto del mondo lo sanno già. “Chinese girl offering sex to pay for travel is a hoax”  titolava il Telegraph DUE GIORNI FA. La bufala è stata infatti creata -come spesso accade di questi tempi- per promuovere un’applicazione per il telefonino che si chiama Youjia, una sorta di clone di Tinder. (Non sapete cos’è tinder? Leggete qui)

Per scoprirlo io ho impiegato ben 18 secondi, senza muovermi dalla mia scrivania. In Italia, invece, si continua a discutere sulla dubbia moralità della giovane cinese. In Italia, oggi, 1 novembre 2014, ci sono testate nazionali che continuano a proporci questa notizia come vera. Certo, direte voi, per scoprirlo c’è bisogno di essere dei grandi giornalisti… ah eh, e bisogna conoscere l’inglese.

E saper usare un motore di ricerca.

Non è da tutti, lo so.

Scusatemi se mi do delle arie, sono un ragazzo presuntuoso.

Quindi chi è la mignotta? Ju Peng o il giornalismo italiano? A voi le restanti considerazioni in merito.

accalloNation

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Nella notte dell’informazione i giornalisti sono un faro… spento.

farospento

Quanta fiducia avete nei giornali? E nei giornalisti?

Poca. Lo so.

Lo sento nei discorsi al bar, lo vedo negli occhi delle persone quando dico che sono un giornalista.

Quand’ero bambino io i giornalisti erano visti con rispetto. Quello del giornalista era un lavoro ambito, prestigioso, uno di quelli che si dicono alle elementari quando ti chiedono cosa farai da grande. Un lavoro di responsabilità, apprezzato dalla gente. Poi qualcosa è cambiato. Oggi quando dici di essere un giornalista tante persone storcono il naso e ti guardano con sospetto, e con sospetto intendo dire schifo. Ci guardano come guardano i politici, solo che noi con quegli sguardi ci paghiamo a stento le bollette. Cos’è successo? Di chi è la colpa? Io non lo so, ma so che con internet è cambiato il rapporto tra informazione e lettori.

Oggi dopo aver letto l’ennesimo titolo “acchiappaclick” ho pensato che un portale di informazione che si rispetti dovrebbe innanzitutto garantire selezione, verifica e qualità delle notizie che contiene e non agire come un qualsiasi utente di facebook in preda alla smania di condivisione della prima stronzata virale che gli capiti a tiro.

Oggi, dopo aver letto l’ennesimo articolo spazzatura ho pensato che se viene a mancare il filtro, se viene a mancare il LAVORO del giornalista allora hanno ragione quelli che dicono che i giornalisti non hanno ragione di esistere.

Il giornalismo su internet si sta riducendo a un ridicolo lavoro di marketing, copywriting di bassa lega e copiaincolla alla ricerca della visualizzazione di pagina. Questo non è giornalismo. Se è vero che fare il giornalista è un lavoro, allora c’è bisogno di dimostrarlo e con scelte coraggiose e linee editoriali che restituiscano la dignità alle testate.

Ci dicono che il giornalismo è destinato a scomparire, e probabilmente è vero, ma nell’era di internet, nell’era in cui tutti hanno sempre meno tempo e sono sempre più sommersi dalle notizie, nell’era dei finti giornalidelbuongiornoebuonanotte.altervista.org io credo che questo lavoro sia quantomai necessario, a patto che sia fatto bene: ogni articolo spazzatura, ogni articolo “acchiappaclick” toglie valore a tutto un giornale. Una casa ben arredata con un divano di pelliccia fuxia al centro del salotto smette di essere una casa ben arredata.

Quando pubblicare spazzatura diventa la norma, significa che i giornalisti hanno smesso di fare il loro lavoro. Ok, certo, il problema sono le scelte editoriali delle testate, il problema è che c’è la rincorsa al click e alla visualizzazione di pagina. Ma chi ne pagherà le conseguenze? Mi spiego meglio: se una mattina 5 mila utenti condividono la notizia falsa della sesta stagione di Breaking Bad la colpa è degli utenti, ma se quella stessa notizia viene rilanciata dall’Ansa, Repubblica o dal Corriere, il problema diventa del giornalismo italiano che sta perdendo di vista l’obiettivo di questo lavoro, che non è competere con gli sparacazzate di internet, ma al contrario garantire che una testata abbia qualità e verità.

Se è vero che con Internet tutti possono contribuire a generare notizie è altrettanto vero che è impensabile supporre che ogni lettore abbia costantemente il dovere di verificare la veridicità di ciò che legge da fonti che dovrebbero essere attendibili. È assurdo che tutti debbano essere costretti investire parte del proprio tempo per fare anche un lavoro che non è il loro, eppure oggi è inevitabile; “con internet tutti dobbiamo essere un po’ giornalisti”. Perché? Chi l’ha deciso? Fare il giornalista è un lavoro difficile, richiede tempo, energie, cultura, intuito e visione d’insieme.
Vale più il counter degli accessi o la fiducia dei lettori? A cosa servono i giornalisti se i giornali perdono la fiducia dei lettori che devono imparare a difendersi da soli dal fiume di stronzate che girano su internet? Dov’è il faro nella notte? Chi ci impedirà di schiantarci sugli scogli se la norma diventerà pubblicare notizie false e poi smentite?

Una volta, a chi mi chiedeva “ma come faccio a sapere se una notizia è vera?” rispondevo “Fai attenzione alla fonte”.

Oggi cosa dovrei rispondere a chi mi dice che non legge più i giornali?

accalloNation

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QUANDO MUOIONO GLI ATTORI… SU FACEBOOK

joeblack

Quando muoiono gli attori, su facebook non muoiono persone.

Muoiono ruoli.

Quando morirà Morgan Freeman scriverete che Dio è morto.

Quando morirà Massimo Ceccherini abbozzerete un timido “A me mi importa’na sega”, ritenendola forse una frase irrispettosa ma consci del fatto che sia l’unica citazione possibile.

Quando morirà Terence Hill dovreste teoricamente uscire a fare a pugni, ma citerete Don Matteo.

Quando morirà Christopher Lloyd scriverete “Grande giove!”, esclamazione che suo malgrado si porta dietro dal 1985 e che probabilmente non ha mai usato di sua sponte; oppure direte che non può morire perché Michael J.Fox lo salverà tornando indietro nel tempo.

Credo sia un tantino complicato maneggiare il plutonio per la DeLorean con il parkinson, ma lui ce la farà, perché -affrontuleggiu- nessuno può dargli del fifone.

Quando morirà Renato Pozzetto scriverete “Eh la Madonna!” che ci sta anche.

Quando moriranno quelli che nella loro carriera cinematografica hanno fatto solo ruoli malvagi scriverete “andate tutti all’inferno”, non sia mai che la memoria di uno psichiatra assassino che scuoia i cadaveri si confonda con quella di un amorevole padre di famiglia di nome William Parrish che affronta la morte per difendere la figlia.

accalloNation

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FAN SU FACEBOOK: DOPARSI PER (NON) VINCERE

facebhulk

Ogni giorno mi arrivano talmente tante richieste che ormai non le guardo nemmeno più. “Metti mi piace sulla mia pagina! Dai! Aiutami a crescere!”

– A proposito, quanti fan ha la tua pagina? 6400.

– Pfui, dilettante! Io vado per i 24000.

È subito gara di piselli. Ho più fan di te e ciò significa che sono più importante, più interessante e persino più bello. Non sono io a dirlo, è facebook.

Quanto contano i fan nel mondo social? Tantissimo.

Il numero dei fan certifica che il tuo prodotto, la tua azienda, il tuo blog, la tua arte, il tuo cane, gode dell’apprezzamento del pubblico. Mica noccioline.

La popolarità del tuo marchio è un eccezionale lasciapassare per la gloria: ti permetterà di essere rispettato e ammirato dalla community.  Gasparri che irrideva i suoi interlocutori rei di avere solo 48 followers ci ha insegnato che in internet il nostro valore è dato non da ciò che diciamo ma da quanto seguito abbiamo.

E tutti gli abbiamo creduto.

Racimolare fan über alles – per far crescere il nostro giardino di seguaci, per essere importanti agli occhi di Gasparri siamo diventati esseri disposti a tutto. Non lo dico io, lo dice l’internet. Insomma, guardatevi attorno: potrete constatare facilmente quanto patetico pietire like ci sia in giro.

Ma perché è così importante avere i fan su facebook? Perché?

Perché i like portano i dindi. Sempre lì torniamo. In un mercato normale con regole normali avrebbe anche senso: più fan, più visibilità.

Peccato che avere molti fan non significhi che i tuoi contenuti arriveranno a tantissime persone. Da quando facebook ha introdotto la sponsorizzazione e i contenuti a pagamento, la visibilità della tua pagina è ridotta all’osso. E con ridotta all’osso intendo dire che se urli dalla finestra di casa forse raggiungi più persone. (Per approfondimenti leggi FACEBOOK PROMUOVIMI QUESTO!).

Inoltre i fan si possono comprare, e costano pure poco. Ebbene sì.

La brama di fan, followers e like è diventata un fenomeno talmente grande da far fiorire aziende dedicate: compagnie che si occupano esclusivamente di pimpare profili e accrescere il numero di seguaci virtuali.  A pagamento ovviamente.

Da SeoClerks ad esempio, (ma potete dare uno sguardo anche su Letusfollow.com e Growfollowers.com) potete comprare 20.000 fan per la modica cifra di 18 dollari americani. Volete 4000 follower su twitter? 15 dollari. Vi interessa apparire popolari su Instagram. Tranquilli, si può fare. Doping garantito e in pochi giorni il vostro account avrà migliaia di seguaci.

Ma è legale? È lecito? Chissenefotte. Internet è un mondo senza regole.

La scelta è  ampia: fan reali costano un po’ di più, ma se vi accontentate dei fan “fake”, creati da bot appositi (programmi che generano in automatico profili fasulli) i prezzi sono davvero stracciati.

L’ho provato anche io. 5000 fan per 5$. Funziona. Mica male, se pensate che per 5$ ho acquisito il diritto di dialogare alla pari con Gasparri.

Peccato che il doping abbia degli effetti collaterali. Ad esempio? Beh, se comprate troppi fan a caso potrebbe essere che qualcuno se ne accorga: nel mio caso ad esempio, ora la città in cui sono maggiormente popolare è Beirut. Nonostante io scriva più o meno in italiano. E nonostante io non sia mai stato a Beirut.

Quanto contano i numeri rispetto al reale engagement dei fan/follower? E se i valori sono dopabili, quanto vale il rapporto tra quantità e qualità? Forse è il caso di iniziare a chiederselo.

Ma no, ma chi se ne importa, tanto queste cose non le controlla nessuno.

Ciò che conta è che ora ho 15000 fan e quindi sono un figo.

P.s. Se vi piace l’argomento vi consiglio questo post dal titolo: Fake adv e fake fan nei social network: a chi servono davvero? 

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NEVER FORGET ZANARDI – IL GIOCO DEL PLAID

 

Andrea Pazienza per sempre nei nostri… cuori.100-58e77e34db 101-f5970a7f09 102-ea46cfd5c1 103-0c39745d87 104-bccbdfe5b3

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facebook: DIVIETO DI CAPEZZOLI

divetocapezzoli

“I contenuti presenti in quest’immagine sono vietati.”

Infatti voi non potete vederla. Pensate di vederla, ma non è così. È una proiezione generata della vostra mente, pervertiti che non siete altro.

Facebook applica una politica molto severa scema in materia di condivisione di contenuti pornografici e con riferimenti espliciti al sesso.

“Imponiamo anche delle limitazioni alla pubblicazione di immagini di nudità.

È nostra intenzione rispettare il diritto delle persone di condividere contenuti importanti per loro, siano essi fotografie di una scultura come il David di Michelangelo o foto di famiglia di una madre che allatta al seno il figlio.”

Ma capezzoli no. Capezzoli no anche se la foto è artistica. Capezzoli di donne no, assolutamente no. Sono vietate anche cose che sembrano capezzoli, tipo gomiti e punte di limoni colorate di rosa. I capezzoli sono il frutto del demonio. Se provate a mettere foto di capezzoli l’immagine verrà rimossa e vi vi bloccheranno l’account.*

A meno che non condividiate l’immagine da un link esterno.

In quel caso potete mettere tutto quello che volete: animali squartati, uomini morti, decomposizione, sesso, violenza e immagini esplicite di ogni sorta. Ebbene sì, persino i capezzoli.

Se anche voi trovate che la cosa non abbia senso, battetevi con noi: legalize it. Free nipple!

*aggiornamento: facebook ha di recente modificato la propria normativa in materia. Non saranno più vietate immagini di seni durante l’allattamento. In pratica basterà applicare un bambino sulle vostre foto e il gioco è fatto.

tette-bambini

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Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.

SHOGUN DE MURUROA

fiorisemaforo

Dallo specchietto vidi un ragazzo straniero che mi urlava contro, agitando le rose che teneva in mano… “Shogun de Mururoa! Shogun de Mururoa!”
Abbassai il finestrino:
“no grazie amico, non mi servono dei coltelli radioattivi” – gli risposi con un filo di ironia, cercando di tagliare corto.
“Shogun de mururoa!” – “Tu piano! Tu schiaccia!” continuò.
“Ma cosa sta dicendo?” – pensai, mentre lui continuava a urlare cose senza senso.
Scattò il verde e feci per partire quando un gaggio in scooter, passando a tottu pompa mi tagliò la strada.
“SU GUNN’E MAMMARUA!” gli urlai prontamente, allungando il palmo verso il cielo.

In quel momento capii.

Capii che anche se le cose sono chiare, a volte la gente riesce ad ascoltare solo la propria voce.

Fine.

P.s. Questo è il genere di cose che mi ritrovo a pensare di solito mentre faccio la doccia.
A volte rido da solo.
A volte rido da solo e penso di essere scemo.
A volte penso semplicemente di essere scemo.
accalloNation

Sono uno che si dimentica tutto.
uno che si è dimenticato cosa significa andare dal parrucchiere.
Sono uno che ride da solo.
Sono uno che non piange da solo.
Sono uno che odia le cose preconfezionate.
Sono uno a cui piace smontare le cose.
Sono uno a cui piace anche rimontarle, le cose.
Sono uno a cui non piacciono i dolci, ma la panna montata sì.
Sono un montato, come la panna, ma ho superato i 32 anni, quindi sono rancido.
Sono uno che non si entusiasma mai, oppure che si entusiasma troppo.
Sono uno a cui piace conoscere la gente rotta.
Sono uno che si rompe in fretta della gente che non ha dubbi.
Sono uno a cui piace il silenzio senza gli imbarazzi del silenzio.
Sono uno a cui piace ascoltare il fondo del mare.
Sono uno a cui piace guardare il fondo del bicchiere.
Sono uno a cui piace toccare il fondo.
Risalire, anche risalire mi piace, ma per arrivare alla cima ci sono molte strade, e io sono ancora fermo all’incrocio.